Inter-Napoli, diario di un(a) trasfertista capotica ed innamorata

“Non c’è luogo al mondo in cui l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio (Albert Camus)”

La settimana scorsa è stata infernale. Giorni ed ore che scorrevano uguali, senza distinzione, con un unico mantra a mmò di frase degna del miglior pessimismo leopardiano a farne da sfondo: “me sent na schifezz”. Poco importa, sono i malesseri di stagione, se non fosse che il mio calendario aveva una data cerchiata in rosso da tempo: l’11 marzo, domenica, precisamente alle 20.45. In due parole, Inter-Napoli.  Ricordate quando in un flusso di coscienza precedente vi ho svelato di amare le liste di desideri da realizzare ogni mese, anno per anno? Ecco, da tempo in questa lista c’era a caratteri cubitali ANDARE A SAN SIRO. La Scala del calcio, uno degli stadi più belli d’Italia, che ha ospitato parte della storia dello sport che amiamo ma che ho sempre vissuto per eventi collaterali e concerti e mai per una partita del Napoli. Farlo poi quest’anno e con una spiccata professionalità, era davvero perfetto. Sarebbe stato complesso, lo so: la partita serale, il lavoro del sabato, il ritorno frettoloso del lunedì all’alba con più tempo trascorso in treno, in solitaria, che a Milano: ma proprio quella sera papà disse che sono capotica e puf, trasferta organizzata. Insomma, non proprio in un puf perchè tra cellulari massacrati ed impedimenti vari, ci ho messo altri 10 giorni per pianificare fattivamente il tutto: e proprio quando per un errore, ho capito che c’era la possibilità concreta che tutto saltasse per il mio lassismo da bradipo, ho dato la sterzata, comprendendo quanto volessi esserci quella sera, quanto volessi far parte anche io di San Siro quella notte.

“Anche se il tifoso potrebbe contemplare il miracolo, più comodamente, dallo schermo della televisione, preferisce intraprendere il pellegrinaggio verso questo luogo dove può vedere in carne e ossa i suoi angeli battersi a duello contro i demoni di turno. Qui il tifoso agita il fazzoletto, ingoia saliva, glup, ingoia veleno, si mangia il berretto, sussurra preghiere e maledizioni e all’improvviso gli erompe dalla gola una ovazione e salta come una pulce abbracciato allo sconosciuto che grida gol al suo fianco. Fino a quando dura la messa pagana, il tifoso è folla. Con migliaia di fedeli condivide la certezza che noi siamo i migliori, che tutti gli arbitri sono venduti, che tutti i rivali sono imbroglioni (Eduardo Galeano)”

E quindi via, zaino e borsone gonfio e confuso in spalla, emozionata verso la Madunina, con una mole di Oki in corpo che avrebbe mandato in crisi anche Dottor House ed il miglior antidoping. Ovviamente, nu fridd e pazz: pioggia, umidità al 95%, una signora logorroica nel mio vagone che non mi ha negato però 4 ore no stop di pennichella e due volti amici, ma amici veri, che hanno reso il mio soggiorno milanese fantastico, a prescindere dalla partita, facendomi sentire costantemente coccolata ed a casa. La mia mente però, tra la psicoterapia ai pesciolini solitari nell’acquario dei miei amici, cene e pranzi luculliani beatamente terroni, era quella X rossa sul mio calendario, le emozioni della vigilia, le formazioni, i dettagli, l’organizzazione. Persino pensare quale metro prendere o dove mangiare, mi metteva in fibrillazione: in un giorno sono tornata una bambina, che non vedeva l’ora di mettere piede nel suo più bel luna park, lo stadio. Ho sempre creduto infatti, da quando avevo 4 anni ad oggi, che lo stadio sia il luogo più bello del mondo. Non necessariamente solo quello della tua squadra del cuore, che più che un luogo è casa, ma lo stadio nell’assoluta completezza del suo termine. Quando sono nervosa, mi basta andare allo stadio e mi rassereno. Dagli allenamenti dei pulcini alla prima squadra, da un’amichevole alla Champions League, l’emozione regna sempre sovrana. Che sia domenica, sabato, la serie A o la mia amata Lega Pro, il mio istinto primordiale è stare allo stadio e soffro quando non posso esserci. Sempre e da sempre. Immaginiamoci poi per un big match, spettacolo assicurato ed amore incondizionato.

Scoccano le 18.30 e via, ci incamminiamo alla volta di San Siro. Sono stranamente silenziosa e scruto tutto intorno a me: colori, gente, bandiere, abitudini, suoni, rumori, odori. Piove, non tanto ma piove. E’ umido ed intorno a me ci sono sciarpe azzurre, senza paura. Bello, non me l’aspettavo. Poi, un immenso sciame nerazzurro, che, random intona facendo da eco all’interno “Noi non siamo napoletani”. Iniziamo bene, sussurro. “Ma meno male” risponde il mio amico. Appuntamento con gli altri, panino con la salamella. Birrozza (scusa mamma… ndr), aggiornamenti sulla Casertana vittoriosa a Siracusa e foto di rito…ma non a me, bensì al contorno. Alzo la testa, il naso, gli occhi al cielo e c’è San Siro. Le sue torri, le sue luci ed un alone che si intravede. Non vedo l’ora di entrare. Qualche impiccio al tornello con gli steward che si vede che non hanno mai lavorato nel caos del San Paolo e dopo qualche consiglio risolutivo elargito, via, verso la scalata al secondo anello. Ero tutta gridolini e sorrisi, fino al varco: lì, sudante e stanca dalle 200 scale in salita al grido  di “stè cose se ponn fa solo da giovani!“, riesco a pronunciare solo una parola. WOW.

La Scala del calcio non poteva che regalarmi un impatto sensazionale: alta ma avvolgente, un catino di passione e calore. Guardo il campo e vedo Mertens: poi vengo attratta dal tabellone lumino in alto dove la scritta Suning spadroneggia costantemente. Intorno a me cappellini interisti di ogni tipo ed un muro azzurro, ovunque, in qualsiasi angolo, a testa alta, con giovani, signori, bambini e famiglie sorridenti ed a loro volta con il naso all’insù verso il terzo anello, quello del settore ospiti. Alle 20 è già gremitissimo, cantante, festante, ricco di vessilli, colori e sciarpe. Mamma mia, che sensazione. Mi siedo e mi rialzo, mi risiedo e mi rialzo altre 4 volte fino a trovare pace, questa volta accanto ad un interista. Anche abbastanza nervoso ma giovane nonostante ci tenesse alle sue ginocchia, così come mi spiega nel far passare in fila un po’ di gente. Davanti a me finalmente, una parlata amica, spiccatamente partenopea. Guai ad illudersi. Poco dopo, come una pennellata che rovina un’opera d’arte, capisco che è proprio lui a celare il più grande degli inganni: è un tifoso nerazzurro. Ma proprio di quelli sadici, che seguono la propria squadra solo quando gioca contro il Napoli e che, non ancora soddisfatto, prova a farne bottino di caccia ad ogni angolo, ad ogni punizione, cercando di coglierne l’apoteosi della resa con un video che avrebbe dovuto riprendere il gol della squadra di Spalletti. Niente, gioia negata, caro amico.

Prima del fischio d’inizio, spazio alle emozioni, quelle ancor più intense e struggenti, con il bellissimo video dedicato a Davide Astori ed il minuto di raccoglimento in suo onore che si è trasformato in applausi scroscianti e gli occhi rivolti verso di lui, le sue gesta, le maglie che ha indossato ed amato con enorme amore ed onore. La commozione colpisce tutti, così come il vento umido e freddo che taglia gli spalti. Ora però si inizia, ora si fa sul serio. La partita procede, sappiamo tutti come. Tra gabbie, tatticismi, imprecisioni, paure reverenziali. Ed errori, troppi errori. Ma ogni volta che mi guardo intorno e vedo questo mash up di intenzioni, aspettative e passioni, penso a quanto si assurdamente bello vedere la partita tutti fianco a fianco. Ed anche quanto la Nord, grandissima protagonista del tifo italiano negli anni del triplete, sprechi tempo ad inneggiare alle catastrofi nelle bellissime terre degli avversari, invece di sostenere la squadra che può vantare di avere. Scelte, costantemente sbagliate, che non meritano attenzione se non quella del Giudice Sportivo. Il ragazzo al mio fianco intanto è nervoso ed odia Perisic, a tratti anche Icardi ed anche Spalletti. Io odio la mia ansia e mi incanto a guardare il bambino seduto davanti a noi, con un cappottino azzurrissimo e sorridentoso, puntualmente invitato dal papà a non farsi notare e non dare nell’occhio che non si può mai sapere. Si va avanti ed il risultato non si sblocca: un infarto al palo di Skriniar, un ruggito rabbioso al pallonetto di Insigne (non infierirò, Lorenzo, non ce n’è bisogno…ndr).

Poi, al minuto 70, succede l’incredibile: “Sarò con te e tu non devi mollare, abbiamo un sogno nel cuore, Napoli torna campione”. Dal terzo anello si alza il coro di speranza che sta accompagnando le gesta di Hamsik e soci in questa incredibile annata. Pian piano, a macchia d’olio questo grido disperato d’amore si propaga e squarcia il silenzio di San Siro: primo anello, secondo anello, blu, rosso, arancio…tutto San Siro si compatta d’azzurro e di amore, quello vero, incondizionato, con il cuore che scoppia di passione per la propria squadra e la mente trabocca di sogni. Lì mi è tornato in mente il sonno, la faticosa salita delle scale, gli acciacchi, la gola che fa male dal freddo, la stanchezza, i casini per essere lì ed ho ricordato, orgogliosa, in un sol battito di ciglia quanto il mio essere capotica mi abbia fatto compiere ancora una volta un viaggio stupendo, lasciandomi vivere una delle serate e delle esperienze più belle della mia vita. In un fremito di lucida incoscienza capisco ancora una volta quanto di vero c’è in al di là del risultato, capisco ancora un volta l’amore che aumenta ancor più quando i momenti sono in salita, ancor più i sacrifici di chi gira l’Italia e l’Europa non sono alla ricerca di un risultato, di una vittoria, di un video da mostrare agli amici o da caricare sui social ma di queste emozioni, della sensazione di sentirsi vivi, perfettamente al posto giusto ed al momento giusto.

Sì, quello era proprio il mio posto giusto, al momento giusto. Una perfetta, sinergica, indimenticabile unione: cuore, stadio, città e sì, anche squadra. Con la differenza che quella fetta azzurra di San Siro, quel terzo anello, quei magnifici tifosi non hanno paura davvero di niente. Neanche di sventolare un vessillo in terra “nemica”, di cantare a squarciagola tra gli avversari veementi, di urlare il proprio amore contro l’odio di chi discrimina, senza conoscerla, una terra stupenda, invidiandone i colori, i sapori, l’allegria e proprio tutto quello. E penso anche che questa magia forse è possibile solo a San Siro. Nulla cambia, in me, nei miei ricordi, nonostante il risultato sul “tabellone Suning” non sia cambiato. Anche se non ho potuto urlare nelle orecchie del tifoso napoletaninterista davanti a me, che non aspettava altro di fare un video alla disfatta azzurra. Anche se in testa alla classifica non c’è più il Napoli. Anche se i sorrisi che ho visto all’uscita erano solo a metà. Ma non per una resa, come in tanti pensano, ma perché quella notte, quei tifosi, meritavano la vittoria. E in realtà, l’hanno ancora una volta conquistata. Quella notte io non la scorderò e sono pronta per nuove liste, nuovi obiettivi e soprattutto, per il prossimo viaggio.

Firmato Alessia, quella sempre capotica e soprattutto  sempre innamorata.

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