Carro vuoto, carro pieno e fino al palazzo…all’ultimo respiro (Parte 3/10)

Il comandante odia sentir dire “ve l’avevo detto” ma questa volta sembra inevitabile. Questa volta, proprio non c’erano scuse. Il fortino di Reggio Emilia ha opposto resistenza ma per la corsa al palazzo il carro era prontissimo a scardinare le mura scaligere sotto il sole del Vesuvio. Sembra estate, l’entusiasmo è palpabile e la bellezza del colpo d’occhio davvero da pelle d’oca: neanche più un posto disponibile, tutti sù, senza remore, con l’immensa voglia di arrecare un pomeriggio amaro alle linee nemiche gialloblu, che tanto avevano fatto penare in passato ed anche qualche mese prima, al primo attacco. Adesso si è pronti ad adottare le contromisure con due combattenti in più e non si poteva proprio fallire. Tra gli ultimi arrivati c’è Amadou, che in quanto a sorrisi e caparbietà non è secondo a nessuno. La spocchia e l’irriverenza della giovane età crea un mix letale con l’incoscienza di chi non ha nulla da perdere ed è pronto a trascinare il carro sulle proprie spalle, ancor più quando il gioco si fa duro…ed i duri iniziano a giocare. 

Alle pendici del Vesuvio ci si arriva con facilità, sospinti dall’entusiasmo di chi accompagna da sempre il viaggio del carro. Tanti volti nuovi, tra coloro convinti di poter lanciare qualche dardo, un po’ a casaccio, tra le mura nemiche. Proprio le stesse che, con il proprio leader si dimostrano impenetrabili ancora una volta: ponte levatoio chiuso, di lì non si passa, ci pensa la vedetta sorrentina. La garra spagnola e la veemenza partenopea non danno i frutti sperati: i nemici non ci stanno a cadere ed il carro inizia a spazientirsi. Eppure il viaggio è ancora lungo, impossibile volere tutto e subito, l’impegno c’è ed è profuso…così come la stanchezza, in particolar modo del plotone belga troppo chiamato in causa. Ma la sfortuna…quella sembra essersi proprio accanita ed il comandante lo sa bene, sigaretta dopo sigaretta. Troppo nervosismo, troppa ansia, troppa paura di non farcela e, con questo risultato, il cammino sarebbe stato compromesso definitivamente. Nelle mani del belga la freccia che avrebbe potuto spianare la strada verso il successo: ma nulla, il tiro è completamente sbagliato, tutto da rifare. Ed i nemici acquistano forza e fiducia sugli errori partenopei.

Ci vuole la sterzata, il coniglio dal cilindro. L’unico modo per sorprendere le linee nemiche è affidarsi al ragazzotto polacco che tanto ha incitato i compagni nella tappa di Reggio Emilia. Sì, è nuovamente il suo momento, il comandante lo sa. Il carro inizia a scricchiolare sempre di più e qualche mugugno si avverte anche se, è tutto ancora in gioco…o quasi. Le linee nemiche sferrano un unico attacco che, incredibilmente va a segno. Ed il tempo sta per finire. Ecco che il carro inizia a svuotarsi: nessuno crede nell’impresa, nessuno crede in quei ragazzi che così tanto vogliono far propria la tappa contro i veronesi. Nessuno pensa che arrivare al Palazzo sia ancora possibile, che l’importante sia sempre crederci, fino alla fine, perchè il cuore ed il lavoro pagano sempre. Gli avventori però non sono dello stesso avviso ed a cinque minuti dalla fine della battaglia il carro è inesorabilmente sempre più vuoto. Chi è rimasto però, non smette neanche un attimo di pensare che l’impresa sia ancora possibile. Qualcuno resta nei paraggi a curiosare, qualcuno è spazientito…ed è proprio guardando loro, udendo la loro disapprovazione, che il ragazzotto polacco trova tutta la forza di ribaltare quello stato d’animo perchè, da vero ariete, riesce a scardinare con un’incornata la porta d’ingresso scaligera.

Il carro esplode, nulla è ancor perduto. Ma non basta ancora per avvicinarsi al palazzo, c’è un altro muro di cinta da superare. Chi era rimasto in prossimità, tenta di risalire: qualcuno ci riesce, qualcuno no ma poco importa. Adesso ciò che conta è aggrapparsi al sogno, riavvicinarsi al palazzo, dare la sferzata finale. Il tempo scorre, inesorabile, così come la preoccupazione negli occhi dei guerrieri. Il comandante è incontenibile, và avanti ed indietro dalla sua postazione dando indicazioni: non c’è nulla da sbagliare, ora bisogna metterci tutto il cuore.  Anche Masaniello è una furia: sta male a vedere il carro vuoto per una giornata storta, fa male ad essere additato da capro espiatorio, lui, che ha dato il via alla rivolta verso il palazzo, lui che l’armatura ce l’ha impressa addosso, nel cuore e nella mente, lui che dà sempre il massimo, anche quando non è abbastanza. “Ci penso io”, si ode da una voce lontana al centro del campo. E’ Amadou, che con fare sicuro, scansa i compagni perché è certo di potercela fare. Un unico colpo in canna per le speranze di un popolo intero, un’unica occasione per salvare se stesso e tutti, per proseguire quel cammino che li ha sempre visti protagonisti, con merito, organizzazione, carattere, grinta, precisione. Meritavano quel bonus, meritavano quell’ultima chance. Il dardo gli giunge perfetto: mancano pochissimi secondi. Amadou chiude gli occhi e lo lancia. E non sente più nulla, soltanto le urla di gioia dei compagni e di quel carro, pronto a volare ancora, alla volta di Milano. 

Il campo di battaglia è una bolgia, ora tutti vogliono ritornare sul carro ma non c’è più posto. Siamo spiacenti. Ora la festa vuole godersela chi ci ha sempre creduto, chi, in quel rettangolo ci ha riposto da anni sogni e speranze, al di là del risultato. Chi non merita di essere deluso ma che sa guardare alle emozioni regalate, all’impegno profuso, alla speranza coltivata, alla voglia di dar fastidio fino alla fine, di provare quell’impresa, seppur titanica e dire, al termine della guerra, comunque vada: ci ho provato, il Palazzo l’ho sfiorato ma ho dato tutto me stesso. Insieme al mio popolo, alla mia gente, che ha condotto questa rivoluzione, conscia di poter cambiare ed invertire ancora le gerarchie, che battaglia dopo battaglia, fino ed oltre il 22 aprile, nulla è ancora detto. Che non può andar sempre bene agli altri, che a volte, anche i buoni devono vincere. “Chi ten paur nun se cocca cu ‘e femmene belle”  si ode dalla strada. E scappa un sorriso, a quel gruppo che strappa abbracci ed anche lacrime. Ora però non c’è tempo per pensare: bisogna subito ripartire verso la prossima tappa. Ed anche a Milano sarà tutt’altro che una passeggiata.

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Alessia Bartiromo

Giornalista con l'amore e la passione del calcio e della scrittura. Testarda, imprevedibile, caparbia e passionale. Con la "testa nel pallone" ed i piedi in uno stadio.

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