La rabbia del Comandante e di un popolo innamorato nel rumoroso catino doriano: ma non è odio, è solo invidia (Parte 9/10)

L’accoglienza a Genova non è mai stata una passeggiata quando si gioca contro la Samp: questione di alleanze, simpatie, gemellaggi.  Forse le nuove leve neanche conoscono la parola gemellaggio, associato ad un calcio fatto di odio, astio, competizione, vittoria. Eh sì, solo la vittoria. A nulla o poco più contano le emozioni, i ricordi, le lacrime di gioia, i sorrisi. Ma per fortuna, non per tutti. La pioggia batte forte sul campo, gli spalti sono gremiti e le orecchie infastidite da quel frastuono. Magari fossero cori, magari fosse uno spettacolo fatto di tifo, passione, sensazioni forti. E’ solo odio gratuito quando sul rettangolo verde c’è una battaglia. Per la gloria, non per il campionato, che ormai ha emesso i suoi verdetti lì in cima. Lorenzo ha una vistosa fasciatura sulla testa, Allan e Koulibaly si battono come dei leoni, nessuna novità.  Il risultato non si sblocca, è gara vera, nonostante le decine di occasioni azzurre e la palla che proprio non va in rete. Quel frastuono però è davvero assordante ed aumenta ogni secondo incalzando sempre di più, fino ad esplodere come mai nessuno avrebbe creduto.

Primo avviso alla curva. Nulla. L’odio si propaga a macchia d’olio, mentre in campo nulla muta, anzi, il nervosismo fa da padrone. Il comandante è furioso: non è possibile questo atteggiamento, non è possibile essere costantemente vittime di quell’ondata di razzismo perchè è pur sempre di razzismo, gratuito, che si parla. Ma soprattutto, che nessuno faccia niente, che nessuno alzi la voce. Lui la voce la alza, senza peli sulla lingua, si alza di scatto e va a parlare. Ed urla, più forte di quella gente che nulla sa, che nulla capisce di quanto sia bella Napoli, di come siano speciali i napoletani. Forse, in molti, non sanno neanche ciò che stanno dicendo ma risuona come una musica che unisce avversari, curve, popoli in antitesi con il calcio, quello vero. Sembra che la situazione sia migliorata ma ecco un’altra ondata: ora è troppo, anche per Gavillucci. Basta, ci si ferma. Finalmente. E l’urlo si alza ancora più forte, con il comandante davvero furioso. Nelle orecchie Milano, Firenze, Torino, Cagliari, gli insulti reiterati, la fatica di ogni trasferta. Ancora un avviso dallo speaker ed ancora orecchie da mercante. “Papà cosa sta succedendo? perchè ci odiano?” E’ difficile spiegarlo al piccolo tifoso nel settore ospiti, lui che a Genova ci vive ma che da sempre ha il cuore azzurro come il suo papà che quel giorno lo ha portato a Marassi a vedere lo spettacolo di Hamsik e compagni. E’ difficile spiegarglielo senza ferirlo, senza fargli perdere speranza in un calcio sempre più malato. “Non ci odiano, semplicemente sono invidiosi. Di come ci divertiamo quando giochiamo, di esser stati l’unica vera anti Juve negli ultimi sette anni nonostante una squadra sulla carta molto più debole, nonostante le mancanze, gli infortuni, l’inesperienza. Invidiano la nostra allegria, i nostri cori di incitamento, i nostri colori, il nostro ottimismo. Ci invidiano perchè ci godiamo il momento, anche se non arrivano i trofei. Perchè non ci capiranno mai e non saranno mai come noi”. Un sorriso di approvazione ed orgoglio e via, occhi di nuovo verso il campo.

Tre minuti e poco più di interruzione, con il presidente Ferrero che va a parlare con i facinorosi, ricevendo, come è prevedibile, a sua volta solo insulti. E’ la morte del calcio, così come quei 20.000 euro di multa che feriscono e mortificano un intero popolo, minimizzando il problema solo ad una punizione pecuniaria. Ma come si risolvono i problemi sociali? Come si può far capire l’idiozia di questi momenti? Come si può far capire che non hanno nulla di goliardico ma solo di gratuitamente offensivo? La miglior risposta è sempre quella del campo: ed a lavare i tifosi azzurri di gioia e soddisfazioni ci pensano loro, Arek Milik e Raul Albiol che con nuova linfa ed un surplus di grinta e motivazioni, espugnano il rumoroso catino doriano, finalmente zittendolo. Tre punti, altri due record in cassaforte e via per la propria strada. Si torna all’ombra del Vesuvio con un gran bel sorriso e con il cuore malinconico, per l’ennesimo brutto spettacolo udito senza una motivazione valida. C’è da ricaricare subito le pile: il Crotone per chiudere al meglio la stagione, in un San Paolo gremito, qualche addio annunciato e la solita cena di squadra, prima di voltare pagina per la nuova annata.

Il prossimo anno…quanti interrogativi, perplessità, quanti ragionamenti. Nel viaggio di ritorno da Genova, il Comandante è pensieroso…mercoledì il primo incontro con De Laurentiis, poi ancora giovedì. “Comunque vada, resterà un bel ricordo di me qui, alla mia gente…ho dato il massimo, sempre e loro lo sanno” borbotta, mentre fuma la solita sigaretta. Uno, due, tre pacchetti. Una scorta è necessaria, perchè la chiacchierata sarà lunga. Sul divano di casa, a quattro occhi. Anzi sei, c’è anche Edo, com’è giusto che sia. La mente o il cuore? Cosa la spunterà? Non la paura. Di non essere ancora all’altezza, di deludere anche solo per un attimo, con una sconfitta, con un passo falso la gente che lo ha sempre amato, sostenuto, dedicandogli cori e striscioni al San Paolo, il suo San Paolo. Che vinca tutto, tranne la paura di non replicare questa splendida stagione, di non essere abbastanza per il Napoli, per questo Napoli sempre più stellare, pronto a diventare davvero grande. Sono le 12.45 e qualcuno bussa alla porta… Ecco Aurelio. Una nube di fumo all’ingresso, l’agitazione è palpabile, così come i sorrisi. Via, ora si pianifica il futuro, comunque vada… Ma questa, è un’altra storia….

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Alessia Bartiromo

Giornalista con l'amore e la passione del calcio e della scrittura. Testarda, imprevedibile, caparbia e passionale. Con la "testa nel pallone" ed i piedi in uno stadio.

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