Tutti pacifisti nella vita ma alla guida …

Tutti vogliamo la “pace”. Nessuno vuole la “guerra”. Questo a parole e finché non saliamo in auto. Nel momento in cui chiudiamo lo sportello di guida e ci mettiamo al volante ecco che viene fuori il peggio di noi. Gli altri devono rispettare gli stop. Gli incroci. Fare le rotonde, come si deve. I pedoni, possibilmente, devono rimanere sul marciapiedi almeno fino al giro successivo. E perché far passare qualcuno? La precedenza ce l’ho io e me la prendo. Punto e basta. Questa è la normalità. Vedi tutti che sfrecciano a destra e a manca. E anche tu non sei da meno. Non perché devi andare da qualche parte ma, semplicemente, non vuoi fare la figura di quello che rimane “buggerato” dai furbi. E così facendo, nessuno rispetta i segnali. Le rotonde diventano piste da formula uno. A meno che non arrivi il tipo, neo-patentato o peggio, quello o quella che ha la patente da tempo ma non ha mi imparato come si affronta una rotonda e allora ecco che arriva nel “giro della morte”, è così che vive una semplice rotatoria e si ferma. E meno male che a una volta imboccata una rotonda la si dovrebbe liberare. Ma il personaggio in questione si sente come il “bagnante” di altri tempi che col suo costumino che copre i tre quarti del corpo, adagia delicatamente, solo l’alluce del piede sinistro e sentendo che il mare è “freddino”, trema e ritira il piede. E ci riprova ma non ce la fa proprio. E intanto, si sentono le strombazzate di chi si è trovato imbottigliato nel “giro della morta”. E già pensa di farla finita. Per non parlare di chi guida in città e quando vede approssimarsi le strisce bianche, si affida a tutti i suoi santi protettori e si augura che nessun pedone si azzardi ad attraversare. E invece eccolo arriva. “No, No”. Ed ecco che il pilota di formula “passo prima io”, anziché rallentare, accelera. “Devo farcela, devo farcela”, è il mantra che ripete. Ed è così determinato che prosegue “ce la farò”. Ma, aveva calcolato male i tempi. Il pedone accede alla strada. Lui però, l’automobilista non decelera. Ecco che il pedone per la sua incolumità, è proprio il caso di dirlo, torna sui suoi passi. L’auto gli passa a due centimetri dai piedi e riesce anche a fargli muovere il ciuffo, come una repentina folata di vento. Il pedone ha il tempo di guardare in faccia l’automobilista che, a sua volta guarda il pedone. Scorge i suoi occhi sgomenti e si rende conto di quel che ha fatto. Sembra pentito. Abbassa lo sguardo, alza la mano e “chiede scusa”. Il sorriso che ne scaturisce è inevitabile. In fondo, siamo quasi tutti un pò così. Un pò pedoni, un pò automobilisti. Ma non ce ne rendiamo conto fino all’ultimo momento in cui rinsaviamo e ci rendiamo conto che siamo diventati folli. Persino il cuore ha un battito in più. Ma dopo quell’incontro col pedone, il battito rallenta e torniamo alla consueta e congrua velocità di crociera. E pensiamo: “perché sto correndo? Non ho mica fretta”. Ecco e così, sembrerebbe conclusa la storia pedone/automobilista ma, noi lo sappiamo bene che non è così. Perché passato qualche minuto la nostra aggressività alla guida torna prepotente e noi non sappiamo sottrarci alla volontà. Ed ecco che tutti vogliamo la “pace”. Nessuno vuole la “guerra”. Ma solo nelle intenzioni, perché i fatti sono ben diversi dal nostro pensiero e via … pedone stai a casa, che è meglio.

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