Aumento di capitale Mps da 2,5 miliardi

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Mps, via all’aumento di capitale per 2,5 miliardi e cessioni per 220 milioni. Balzo del titolo a 0,69 euro (+6,31%)

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Questo articolo и stato pubblicato il 05 novembre 2020 alle ore 08:06.
L’ultima modifica и del 05 novembre 2020 alle ore 20:55.

Si alza il velo sul piano correttivo di Banca Monte dei Paschi di Siena, dopo la bocciatura nella valutazione approfondita della Bce. Il Cda che si и chiuso in serata ha dato il via libvera ad un aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro e prevede la cessione di partecipazioni non core e di altri asset per 220 milioni per colmare il fabbisogno di capitale emerso dagli esami della Bce. L’aumento di capitale, la cui dimensione finale dipendera’ dall’approvazione del Capital plan da parte della Bce, consentira’ di rimborsare integralmente e in anticipo i residui Monti bond per complessivi 1,07 miliardi. L’aumento sara’ realizzato nel 2020 ed e’ assistito da un accordo di pre-garanzia con un pool di banche fino a un massimo di 2,5 miliardi.

La banca ha poi approvato una richiesta di mitigazione del deficit pari a circa 390 milioni che e’ pero’ «a discrezione della Bce in merito alla sua computabilita’». Si tratta della differenza positiva tra gli utili operativi stimati per il 2020 e i medesimi valori stimanti nello scenario avverso dello stress test Bce che hanno contribuito a creare il fabbisogno patrimoniale da 2,11 miliardi. La richiesta trova fondamento, aggiunge la banca di Rocca Salimbeni, nelle regole di svolgimento dell’esercizio. Riguardo alle cessioni, la banca indica «partecipazioni non core e attivi del portafoglio proprietario ad alto assorbimento patrimoniale senza impatti significativi sulla redditivita’ prospettica della banca».

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Una volta ricevuto l’ok da Bce, il Cda dovrа convocare l’assemblea straordinaria a cui spetterа dare il via all’operazione: per questo motivo il mercato si attende che il varo dell’aumento scatti all’inizio dell’anno. Tuttavia non и escluso che possa slittare al secondo trimestre 2020. Pressochи scontata la partecipazione all’aumento da parte del patto del 9% composto da Fintech, Btg e Fondazione Mps.

L’aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro approvato da Mps «sarа eseguito nel 2020» ed «и assistito da un accordo di pre-garanzia» con un pool di banche composto tra gli altri da Ubs, Citi, Mediobanca e Goldman Sachs. Del consorzio di garanzia dell’aumento, che verrа eseguito dopo l’ “approvazione del bilancio” 2020 di Mps ed “entro i termini previsti dalla Bce”, fanno parte anche Barclays, BofA Merrill Lynch, Commerzbank, Deutsche Bank e Sociйtй Gйnйrale.

MPS/ Via libera ad aumento di capitale da 2,5 miliardi

Sarà la Banca centrale europea a dover dare l’ultimo via libera al Capital plan approvato questa sera dal cda di Mps dove è previsto un aumento di capitale in opzione fino ad un massimo di 2,5 miliardi, già assistito da un consorzio di pre-garanzia e che sarà sottoposto all’approvazione di una assemblea straordinaria degli azionisti per essere eseguito nel 2020. Un aumento di capitale che consentirà anche di rimborsare integralmente e in anticipo, rispetto alla scadenza, gli 1,07 miliardi di Monti bond ancora in portafoglio. «Siamo soddisfatti» sono le uniche parole del presidente Alessandro Profumo all’uscita da Rocca Salimbeni. In realtà il Capital plan è abbastanza complesso perchè oltre all’aumento di capitale è prevista la cessione di partecipazioni ‘no corè e attivi del portafoglio per circa 220 milioni. Nel piano che il Monte ha dovuto predisporre dopo la bocciatura da parte della Bce negli stress test e nella Aqr è prevista anche la richiesta di mitigazione del deficit per un ammontare pari alla differenza positiva tra gli utili operativi stimati per il 2020 e i medesimi valori stimati nello scenario avverso, che hanno contribuito alla bocciatura della Bce. La mitigazione richiesta è per circa 390 milioni e, come spiega la nota di Mps, «trova fondamento nelle regole si svolgimento dell’esercizio» anche se la valutazione dovrà essere necessariamente approvata da Francoforte. Mps è assistita come advisor da Ubs e Citi mentre nel consorzio di pregaranzia Ubs agirà in qualità di global coordinator e joint bookrunner. Citi, Goldman Sachs e Mediobanca agiranno in qualità di co-global coordinators e joint bookrunners. Del consorzio fanno parte anche Barclays, BofA Merrill Lynch, Commerzbank, Deutsche Bank e Sociètè Gènèrale. Nella nota diffusa domenica scorsa con l’annuncio dell’aumento di capitale, il Monte parlava di «copertura integrale» dei 2,1 miliardi indicati dalla Bce. In realtà la cifra non poteva essere così precisa, anche per non correre il rischio in caso di ulteriori problemi dei mercati finanziari e della situazione economica, di dover fare ulteriori aggiustamenti a breve. E in effetti oltre ai 2,5 miliardi cash di aumento di capitale il capital plan prevede le altre due azioni (la vendita delle partecipazioni e la mitigazione del deficit patrimoniale), che dovrebbero consentire al bilancio di Mps di contare su altri 610 milioni. Ora resta da capire come reagiranno i soci storici della banca anche se Axa (3,72%) ha già annunciato che aderirà alla ricapitalizzazione. Lo stesso dovrebbero fare i fondi Btg Pactual (2,5%) e Fintech (4,5%), soci nel patto parasociale della Fondazione Mps (2,5%). Lo stesso ente, guidato da Marcello Clarich difficilmente potrà non aderire all’aumento e ieri ha già nominato l’advisor per valutare l’operazione (Credito Fondiario). «La banca – conclude la nota- privilegerà quelle soluzioni che consentiranno un ‘ottimizzazione dell’ uso del capitale tenendo conto delle opzioni strategiche che verranno per tempo individuate». Una frase che sembra lasciare aperte anche eventuali altre soluzioni per il futuro. Per quanto riguarda l’offerta di Nit Holding, Mps intanto fa sapere che la proposta della società di Singapore « non è caratterizzata da sufficienti elementi di chiarezza che ne consentano una valutazione da parte del consiglio di amministrazione».

Mps affossata dall’aumento di capitale da 2,5 miliardi. La fondazione in cerca soci per un patto

«Il taglio dei capelli è il modo in cui quasi tutte le donne sottolineano i cambiamenti della loro vita», confidava a Panorama qualche anno fa Antonella Mansi, mostrando la pettinatura corta adottata da dopo aver concluso la sua esperienza di presidente della Toscana, prima di trasferirsi a Viale dell’Astronomia come vice di Giorgio Squinzi. “Ora che è arrivata a Siena si taglierà i capelli a spazzola”, commentano con ironia nelle contrade.

Di certo la missione della nuova presidente della Fondazione Mps è assai delicata. Anzi, le missioni. Perché il primo obiettivo sarebbe quello di svolgere il ruolo di azionista di minoranza che però avrà bisogno di altri compagni di viaggio per governare la banca. Una sorta di patto di sindacato per tenere il controllo sul territorio nonostante la diluizione nel capitale di Rocca Salimbeni che dopo l’aumento dell’importo della ricapitalizzazione da 2,5 miliardi entro il 2020, anticipato dall’Huffington post lo scorso 13 giugno, (e che sta facendo crollare oggi il titolo in Borsa) scenderà sotto al 10 per cento.

Sempre che, in caso di mancato via libera di Bruxelles ai Monti bond o di fallimento dell’aumento di capitale, non si arrivi alla nazionalizzazione di Rocca Salimbeni. Non solo. La Fondazione possiede ancora 33,5% di Mps e ha 350 milioni di debito con le banche creditrici. Per estinguerlo deve vendere tra il 10 e il 15% della banca, prima lo fa e meglio è. Bisogna però vedere a che prezzo, visti i chiari di luna in Borsa.

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Terzo problema: la Fondazione non potrà ricevere dividendi da “babbo Monte” fino al 2020 (ma la dieta potrebbe essere prolungata) e al tempo stesso deve far quadrare i conti per garantire un livello accettabile di erogazioni agli enti locali di riferimento.

Conti che sono stati affossati non solo dall’esoso contributo per l’acquisto di Antonveneta ma anche da una serie di partite rimaste incagliate sotto la gestione di Gabriello Mancini. A cominciare da quelle relative al comparto immobiliare. Fra i faldoni dell’inchiesta dei Pm senesi su Antonveneta spunta una mail inviata dal direttore della Fondazione, Claudio Pieri, all’amministratore delegato Fabrizio Viola. È il 21 febbraio 2020 e il giorno dopo si sarebbe tenuto un importante riunione sull’aggiornamento dello stato delle trattative fra l’ente e le banche creditrici e sulla situazione finanziaria di Palazzo Sansedoni in generale. In allegato alla mail, Pieri invia a Viola alcune idee “all’ingrosso” da utilizzare come base di riflessione.

La nota ha come oggetto le “azioni per la messa in sicurezza della Fondazione”: oltre alla rinegoziazione del debito ci sono infatti da sistemare due partecipazioni nel business del mattone, ovvero la Sansedoni che custodisce gran parte del patrimonio immobiliare del Monte e la Casalboccone che gestisce un progetto di sviluppo alla periferia nord di Roma, vicino al Grande raccordo anulare (quattro grattacieli di 16 piani e dieci palazzine i cui lavori non sono ancora partiti per un’impasse sui permessi). La società operativa che gestisce l’operazione Casalboccone si chiama Eurocity Sviluppo Edilizio srl (fu comprata dalla holding dei Ligresti, Sinergia, nel 2007) e risulta a sua volta controllata dalla Casalboccone Roma spa partecipata appunto dall’ente senese (al 67%) e da Mps (con il 22%).

Mentre la prima, scrive Pieri nel 2020, “rimarrebbe in equilibrio senza poter distribuire risorse agli azionisti se non in un orizzonte temporale di 5 anni”, la seconda “potrebbe comportare seri problemi finanziari” per la Fondazione.

Un allarme fondato. Visto che lo scorso 9 agosto l’assemblea dei soci di Casalboccone spa ha approvato la messa in liquidazione della società. Colpa del bilancio 2020 chiuso con 28,5 milioni di perdite a fronte di un capitale versato di soli 120mila euro. E soprattutto della mancata di disponibilità dei tre soci (Fondazione, Mps e la cooperativa Unieco di Reggio Emilia, terzo azionista con l’11,2%) a mettere mano al portafoglio per ricapitalizzare.

Il problema è che a dicembre del 2020 l’azionista Mps ha concesso a Casalboccone un prestito di 30 milioni garantito anche da una fidejussione fino a 32 milioni rilasciata dalla Sansedoni Siena spa. Il prestito però non è stato rimborsato: a maggio di quest’anno il Monte ha escusso la fidejussione e la Sansedoni ha versato i 32 milioni alla banca, diventando creditrice della Casalboccone. Non solo. Nel 2020 la stessa Mps e Intesa Sanpaolo hanno concesso un finanziamento di 80 milioni alla controllata Eurocity Sviluppo Edilizio (serviti al tempo dell’acquisto da Ligresti per pagare parte del prezzo e permettere al patron di Fonsai di rimborsare analoghi finanziamenti alle due banche) scaduto nel marzo di quest’anno ma prorogato fino al 2020

Intanto nel bilancio 2020 della Fondazione il valore della partecipazione in Casalboccone Roma è di soli 2 euro. Le prossime scadenze del debito potrebbero dunque compromettere seriamente il delicato equilibrio dell’ente in una fase in cui i flussi di ricavi saranno praticamente nulli e anche la banca di riferimento sarà ancora fortemente sotto pressione.

Una spina nel fianco di Antonella Mansi che però di mattone se intende. Perché a lei è stata affidata la presidenza di Aedificatio, la società per azioni controllata al 100% dalla Confindustria che gestisce il patrimonio immobiliare (circa 126 milioni di euro) dell’associazione guidata da Squinzi. Compresa la sede di viale dell’Astronomia ma anche uno stabile a Bruxelles. Si tratta di un immobile da 4,1 milioni di euro più un altro milioni di euro di terreni gravato però da un’ipoteca iscritta per 1,1 milioni come garanzia di un mutuo contratto in passato. Con quale banca? Il Monte dei Paschi Belgio.

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