E’ arrivata la fine della crisi europea

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La crisi (irreversibile) dell’Unione Europea

Secondo un noto Centro Studi italiano, la moneta unica europea è costata, dal 2003 al 2020, l’11% di Pil in meno per tutta l’area euro e 18 milioni di disoccupati in più. A causa del solo accordo di Maastricht, invece, abbiamo perso, sempre in tutta l’Ue a moneta unica, dati l’obbligo di eliminazione del deficit e il taglio degli investimenti, otto milioni di occupati e un ulteriore 5% di Prodotto Interno Lordo. Inoltre, il rapporto del suddetto Centro Studi ci dice che il tasso di disoccupazione medio Ue, sempre alla fine del 2020, è stato di circa l’11,6%.

Con la parità con il dollaro, la disoccupazione Eu dell’area euro sarebbe stata del 5,8%, più o meno quello degli Usa in quella fase. Quindi, una politica monetaria di eccessiva sopravvalutazione della moneta comune europea ha bloccato l’export e, contemporaneamente, il mercato interno. Oltre, ovviamente, che a creare le condizioni del peggioramento dei bilanci pubblici sia in termini di deficit che di debito. Sempre alla fine del 2020, infatti, l’area euro aveva un deficit pubblico totale di -269 miliardi che, senza l’inserimento della moneta unica, si sarebbe trasformato addirittura in un surplus di +165 miliardi di euro, con una differenza di ben 445 miliardi. In termini di percentuale del Pil, la differenza sarebbe di ben 4,1 punti mentre, per quanto riguarda il debito pubblico, e sempre per l’area euro, avremmo avuto 3000 miliardi di euro in meno. Solo per l’Italia, ben 400 miliardi di debito pubblico in meno.

In questa ipotetica condizione, tutto il male di oggi sarebbe stato evitato se non ci fosse stata la sopravvalutazione dell’euro sul dollaro. Allora, non ci sarebbe stato l’arrivo massiccio dell’onda di crisi finanziaria che proveniva dagli Usa, prima con il fallimento di Lehman Brothers il 15 settembre 2008 e poi con le crisi bancarie a catena in Europa, che hanno messo in crisi le finanze pubbliche dei principali governi europei. Dato che i governi Ue erano abituati, tutti, a prendere in prestito direttamente ingenti somme dal sistema bancario, si può immaginare l’effetto della crisi finanziaria e creditizia sul budget delle varie nazioni europee.

Ricordiamoci poi qui che Washington non ha mai amato l’euro, anzi ha sempre ritenuto lo stesso progetto unitario “fantasioso e inutile”, come ebbe a dire George Bush I nei suoi public papers recentemente pubblicati. La stessa Ue, nei suoi documenti ufficiali, dice, tra le righe, che l’onda della crisi finanziaria è arrivata dagli Usa, e che essa stessa, come Unione Europea, ha compiuto gravi errori. Sempre secondo i documenti ufficiali della Unione, gli errori sarebbero stati:

  • La troppa attenzione al disavanzo pubblico di bilancio su base annua, senza curarsi troppo del debito pubblico nella sua interezza. I governi Eu presentavano, secondo le norme europee, bilanci annui ridotti per avere i finanziamenti comunitari, poi il debito pubblico ovviamente aumentava lo stesso, e allora arrivavano i guai veri. Il mito ingenuo che la crisi non fosse strutturale e che fosse possibile gestirla con qualche trucco cosmetico ha portato, grazie anche alla logica di funzionamento della Ue, al declino attuale. Che è stato innescato dalla rapidissima crescita degli interessi sui titoli del debito pubblico dei Paesi del sud della Ue.
  • Vi è stata inoltre una scarsa sorveglianza della competitività e degli squilibri macroeconomici, sempre secondo i papers della Ue. Grazie della notizia. Ma dalle disarmonie economiche europee, per usare una vecchia terminologia del nostro vecchio e straordinario filosofo Mario Calderoni, qualcuno sempre ci guadagna e qualcun altro perde. Non vi è stata mai una Europa solidale nelle crisi, ma solo nei “momenti di sole”. Quindi, tra i paesi perdenti, abbiamo avuto un crescente indebitamento del settore privato, non controllato grazie al mito dell’autonomia delle imprese, e quindi un crescente indebolimento delle banche.

Gli altri Paesi Ue “vincenti” si prendevano le quote di mercato dei perdenti. Anche in questo caso, invece di creare sanzioni draconiane che peggiorano la malattia economica, si sarebbero dovute sostenere le economie più deboli e maggiormente squilibrate nell’interscambio con gli Usa. Gli americani esportavano la loro massa di crediti inesigibili, mascherati da nuovi titoli, verso l’Ue, il nemico finanziario che aveva sognato di ridurre il dollaro a moneta ancillare dell’euro.

C’è stata anche questa guerra geopolitica dentro la crisi della moneta europea. Peraltro, la Banca Centrale Europea aveva la finalità di mantenere la stabilità finanziaria, ma non poteva per statuto comprare, come fanno tutte le banche di emissione, debito pubblico da altri Paesi esterni alla Ue. È questo il modo principale che hanno le banche centrali per eliminare in partenza i tentativi speculativi contro di loro.

Da noi poi, come nelle altre economie del sud Europa, la concorrenza estera ha tenuto bassissimi i salari e la nostra struttura politica e economica non ha pensato ad altro, nel gestire la concorrenza per le esportazioni, ad abbassare i redditi da lavoro fino quasi al livello del concorrente peggiore.

Un altro elemento di autocritica pubblica della Ue è quello di un meccanismo decisionale lento: le piccole scosse della crisi globale sono state lette, dall’establishment europeo, come fenomeni isolati e non come un problema geo-economico unitario. Ecco quindi la lentezza e, spesso, l’inefficacia delle “soluzioni” della Ue.

E tutto questo di fronte a un “mercato”, se così possiamo chiamarlo, di investitori che, appena hanno visto la crisi al Sud, hanno giocato al ribasso o se ne sono andati in un attimo. Bei tempi quando il Tesoro, giustamente, acquistava l’invenduto delle aste dei titoli di debito della Banca d’Italia. E così non creava affatto inflazione, è bene dirlo.

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Ma oggi i mercati sono veloci come gli sciacalli, che odorano i cadaveri, gli Stati invece sono stati lenti come marmotte. È il vero problema della politica contemporanea.

Rendere lo Stato velocissimo, e capace di comprendere sia i mass-media avversi che le operazioni politico-militari per lui oggettivamente pericolose.

Dato poi che i titoli di debito pubblico erano allora detenuti in gran parte dalle banche, era possibile e facile il loro default.

E oggi c’è una nuova crisi che aleggia sul Vecchio Continente, quella dei debiti incagliati: in Portogallo, Italia e Spagna, ma anche in alcuni Paesi del Nord europeo, i non performing loans valgono oltre 540 miliardi di euro, arriverà quindi a breve un’altra crisi del debito europeo.

L’Ee oggi è di fatto una “Europa degli Stati” di antica memoria gollista. Anche se essa lo nega fortemente.

L’idea quindi di fare gli “Stati Uniti d’Europa” è una straordinaria sciocchezza: i Paesi che compongono l’Ue sono talmente diversi tra loro, e con una economia così differenziata, che i suoi “Stati Uniti” creerebbero più contrasto al loro interno che verso l’esterno, ovvero gli Usa, la Russia, la Cina.

Senza nemmeno ricordare che l’America, per essere gli Usa di oggi, ha dovuto subire una guerra civile amplissima, i cui fuochi non si sono del tutto spenti anche oggi. L’Europa Unita, poi, e sto parlando dell’area Euro, sarà sempre più impigliata in un’area di deflazione strutturale che condanna noi, l’ Italia, con altri Paesi meno forti economicamente, ad un periodo indefinito di bassissimi tassi di crescita.

Gli altri Europei del Nord, invece, continueranno a crescere e, soprattutto, a non dover giocare nel nostro campionato, quello dei bassi salari e dell’export in condizioni di forte concorrenza, non protetta dall’euro. Cosa fare, dunque? Predisporre una lenta ma sicura uscita dall’euro, non aspettando il “cesarismo burocratico” della Ue e ridefinendo e proteggendo la nostra area di esportazioni.

Poi, usare i nostri titoli di credito come moneta alternativa, quando è possibile. E usare un certo protezionismo, ben mascherato, anche nei confronti della stessa Ue.

Infine, ripensare la nostra strategia globale, cosa che non abbiamo mai fatto. Le crisi economiche sono sempre crisi geopolitiche.

Finanziare poi progetti di upgrade tecnologico delle imprese con fondi statali, senza aspettare le pretese della Ue.

Proteggere fortemente, infine, i nostri giovani “cervelli” che se ne vanno. È vero che, come dicono alcuni liberisti-masochisti, che il mercato delle professioni oggi è globale, ma è anche vero che il costo della loro formazione è stato sostenuto dal nostro Stato e dalle nostre famiglie.

E’ arrivata la fine della crisi europea?

servando quel che sta accadendo agli indici europei e dando uno sguardo al panorama finanziario degli ultimi giorni, sono in molti a sostenere che l’Europa stia procedendo spedita verso l’uscita dal tunnel della crisi. Quali elementi dobbiamo valutare?

Ci sono alcuni elementi che in questi giorni hanno fatto ben sperare sul destino dell’Europa. Per esempio lo spread italiano: il differenziale tra Btp e Bund tedeschi a 10 anni, infatti, è sceso sotto la soglia dei 300 punti, praticamente insensibile ai sconvolgimenti che stanno interessando il tessuto politico del Belpaese.

Le borse, quella di Milano ed in genere le europee, hanno fatto registrare degli ottimi incrementi delle quotazioni e cosa molto interessante, la Grecia ha ottenuto un riconoscimento importante da parte di Standard&Poor’s che ha innalzato il rating sui titoli di Atene.

Complice di questa situazione rosea è anche l’accelerazione sul fiscal cliff, adesso per l’amministrazione di Obama, l’accordo sembra veramente questione di ore, ma c’è da aggiungere al nuovo clima di stabilità anche l’Unione bancaria europea e una serie di discorsi fatti dai politici europei.

Per esempio Monti è stato in Asia ed ha dichiarato che la crisi europea sta volgendo al termine. Una sensazione condivisa anche da alcuni analisti che comunque mettono in guardia sul fatto che ci saranno ancora delle oscillazioni sul mercato.

Lo Spiegone

La visita ufficiale in Corea del Sud del Vice Presidente USA Mike Pence tenutasi tra il 16 e il 17 aprile marca un punto di svolta nell’ atteggiamento di Washington verso Pyongyang. Nel corso del vertice, Pence ha dichiarato: «l’era della Pazienza strategica [Strategic Patience] è finita», facendo ben intendere come il Presidente Trump non sia più disposto a tollerare oltre gli atti provocatori della Corea del Nord.

Questa dichiarazione sottolinea una profonda rottura con la posizione adottata dalle precedenti amministrazioni USA nei confronti della Repubblica Popolare Democratica di Corea. Obama, come anche Bush prima di lui, aveva preferito optare per una strategia basata sulla così detta pazienza strategica, la quale prevedeva un approccio multilaterale (ossia coinvolgendo i vari attori regionali se non la comunità internazionale) incentrato sull’adozione di sanzioni economiche nei confronti della Corea del Nord. Si trattava quindi di uno stratagemma di lungo periodo finalizzato a far montare la pressione su Pyongyang con metodi legittimi e a indurre il regime a porre fine al proprio programma nucleare; una minaccia per gli Stati Uniti e l’intera regione.

Tuttavia, come dichiarato dal numero due della Casa Bianca, ora «tutte le opzioni sono sul tavolo», non escludendo quindi una soluzione militare del problema. Le parole di Pence arrivano in un momento cruciale della politica estera di Donald Trump, vale a dire poco dopo gli attacchi missilistici ordinati dal Presidente contro le forze di Assad in Siria. Lo scenario si fa sempre più pericoloso, con un’amministrazione americana che non ha paura di utilizzare il proprio arsenale bellico e una Corea del Nord sempre meno intenzionata a porre fine al proprio programma nucleare. Proprio mentre Pence era in viaggio per recarsi in Corea del Sud, Kim Jong-Un, Guida Suprema della Repubblica Democratica Popolare, ha ordinato un nuovo test missilistico, poi fallito, mettendo a dura prova la pazienza di Trump.

Tuttavia, il braccio di ferro tra Washington e Pyongyang sembra essere solo all’inizio. Martedì scorso gli Stati Uniti e la Corea del Sud hanno condotto diverse esercitazioni militari, alle quali Kim Jong-un ha risposto in grande stile con un’imponente esercizio di artiglieria e conducendo un altro test missilistico sabato, anche questo fallito.

Arrivati a questo punto di massima tensione, quali sono quindi le valutazioni che gli Stati Uniti devono prendere in considerazione nel rapportarsi con la Corea del Nord? È veramente arrivato il momento della fine della pazienza strategica? Quali sarebbero le conseguenze di un attacco militare contro la corea del Nord nel caso in cui si optasse per questa opzione? E soprattutto, perché fino ad ora gli Stati Uniti hanno deciso di mantenere un atteggiamento prudente pur avendo dalla loro parte un’indiscussa superiorità militare?

Nel caso in cui Trump dovesse optare per l’utilizzo della forza, il Pentagono sceglierebbe probabilmente di condurre una serie di attacchi aerei di precisione, i così detti surgical air strikes, al fine di distruggere le strutture nucleari di Pyongyang (la più grande conosciuta al momento si trova a Yongbyon nel Nord Est del Paese). In tale eventualità, lo scopo degli USA sarebbe quello di apportare un danno al programma atomico Nord Coreano tale da nullificare le speranze di Kim Jong-un di ottenere il deterrente contro gli USA; ma un tale attacco scatenerebbe una massiccia risposta da parte di Pyongyang.

Fonte: Stefan Krasowski – Wikimaedia commons

Nel corso dell’ultimo decennio, sono state tre le argomentazioni che hanno portato i vertici americani ad optare per la Pazienza Strategica piuttosto che per un’azione militare:

I costi di un eventuale attacco

Un conflitto con la Corea del Nord potrebbe rivelarsi essere molto costoso per gli Stati Uniti, sia dal punto di vista delle vite umane, che sotto l’aspetto economico. Già tra il 1993 e il 1994 il Pentagono aveva calcolato che le perdite americane nel caso di un attacco USA su larga scala contro Pyongyang ammonterebbero a ben 52 000 soldati nei soli primi 90 giorni di guerra, mentre le vittime Sud Coreane nello stesso periodo di tempo arriverebbero a ben 490 000. Vi è inoltre il rischio che gli Stati Uniti, anche dopo il raggiungimento della vittoria totale contro il nemico e all’annientamento del regime, si impantanino in un lungo e costoso processo di State-building simile a quello Iracheno o Afghano. In tal caso, il risultato sarebbe un ulteriore drenaggio delle risorse economiche americane nel lungo periodo.

Il conflitto potrebbe rivelarsi catastrofico

Seoul si trova a soli 56 km dal confine con la Corea del Nord, e nel caso di una guerra Pyongyang non esiterebbe ad utilizzare il proprio arsenale nucleare contro la capitale della Corea del Sud. Al momento il regime del Nord dispone di un missile Ndong armabile con una testata nucleare e con un raggio di azione di 2000 chilometri, permettendo a Kim Jong-Un di colpire anche il Giappone. C’è da dire però che il dispiegamento anticipato del sistema antimissilistico THAAD (Termianl High Altitude Area Defense) da parte di Washington in Corea del Sud, rende improbabile che un missile Ndong riesca a colpire il bersaglio prima di essere intercettato e neutralizzato in volo. Tuttavia, anche nel più ottimista degli scenari, le perdite per la popolazione Sud Coreana sarebbero enormi. Pyongyang dispone di ben 21 000 pezzi di artiglieria schierabili lungo il confine, tra cui anche lanciarazzi multipli, i quali potrebbero porre Seoul sotto una costante pioggia di fuoco. Inoltre, la Corea del Nord dispone anche di armi chimiche armabili su missili balistici. Nel caso di un conflitto, i 10 milioni di abitanti di Seul sarebbero un bersaglio molto facile.

Inoltre, la Corea del Nord potrebbe decidere di trascinare nel conflitto anche altre potenze regionali, come il Giappone, facendo salire ancora di più la posta in gioco al fine di convincere gli Stati Uniti a desistere dall’andare fino in fondo.

Una guerra contro la Corea del Nord potrebbe alterare l’equilibrio regionale

Le conseguenze politiche di un’azione contro il regime comunista potrebbero essere inaccettabili. La Cina, sebbene ormai allineata con gli USA nel condannare Kim Jong-un, difficilmente accetterebbe un attacco USA contro un paese confinante. Già Pechino ha espresso nei mesi passati la sua profonda insoddisfazione per il dispiegamento delle difese antibalistiche THAAD in Corea del Sud, in quanto capaci di alterare l’equilibrio nucleare tra le due superpotenze; ma un attacco vero e proprio contro la Corea del Nord verrebbe interpretato dalla Cina come una dichiarazione di unilateralismo da parte degli Stati Uniti, creando quindi uno strappo profondo nelle già complicate relazioni tra Washington e Pechino. Persino la Corea del Sud non è interessata ad un repentino crollo del regime del Nord. La riunificazione sarebbe un processo costoso e molto delicato, il quale potrebbe creare non pochi problemi, sia politici che economici a Seul. In fine, le conseguenze catastrofiche di una guerra danneggerebbero drasticamente l’economia della regione Pacifica. Nonostante il grande passo indietro fatto da Trump rispetto al Pivot to Asia di Obama, l’Asia Pacifica costituisce ancora un importante partner commerciale per gli USA e l’indebolimento della sua economia potrebbe avere degli effetti controproducenti.

Queste considerazioni costituiscono delle forti argomentazioni contro l’eventualità di un attacco USA e si sono dimostrate sufficienti a far desistere la Casa Bianca dallo scegliere la guerra negli anni passati. E’ vero, se si guarda al passato la politica della Pazienza Strategica, nonostante le dure sanzioni contro Pyongyang, non ha saputo ottenere grandi risultati. Nel 2008, durante l’amministrazione Bush, gli Stati Uniti hanno posto fine agli scambi commerciali con la Corea del Nord tramite l’Enemy Act. Nel 2020 Washington ha bloccato tre enti Nord Coreani dal possedere proprietà o interessi su proprietà sotto la giurisdizione americana e nel 2020 l’importazione diretta o indiretta di beni, servizi e tecnologie è stata proibita. Ancora nel 2020 diversi alti ufficiali del regime, compreso Kim Jong-un, sono stati inseriti nella lista nera di Washington e i loro beni negli USA congelati. Altre sanzioni imposte a Pyongyang impediscono: l’ottenimento di finanziamenti per lo sviluppo agricolo, la possibilità di ricevere finanziamenti provenienti dalla Banca Commerciale, l’esportazione o l’importazione di finanziamenti bancari e la possibilità di effettuare scambi culturali. In tutta risposta, la Corea del Nord ha condotto diversi test nucleari (2006, 2009, 2020 e due nel 2020 – l’ultimo dei quali forse una bomba all’idrogeno) e numerosi test missilistici, rendendo ben chiaro di non aver alcuna intenzione di cedere alla pressione esterna degli USA.

Tutti i test della Corea del Nord sono volti a sviluppare un missile armabile nuclearmente e di gittata intercontinentale, ossia capace di colpire gli Stati Uniti. Al momento Pyongyang sembra ben lontana dal raggiungere questa capacità tecnologica, forse ci vorranno ancora dieci anni, ma se non ostacolato, il regime potrebbe prima o poi raggiungere il suo obiettivo. L’opzione di un attacco preventivo ha valore dal punto di vista strategico (ossia agire prima che Pyongyang possa colpire gli USA), ma ignora totalmente il costo umano ed economico di una guerra preventiva su vasta scala. L’amministrazione Trump si trova di fronte ad una scelta molto difficile da prendere. Le ormai imminenti elezioni in Corea del Sud (9 maggio) potrebbero incidere decisivamnte sulla risoluzione della crisi, ma i toni usati da Pence rivelano la profonda tensione che ormai corre tra gli USA e il regime.

Fonti e Approfondimenti:

Robert Ayson, and Brendon Taylor, “Attacking North Korea”, Comparative Strategy, July/Aug./Sept. 2004

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