Fiat cosa succede all’azienda italiana

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Fiat: cosa succede all’azienda italiana

Fiat è un nome che in Italia riporta alla mente il passato industriale del paese, non è solo l’azienda automobilistica nostrana, anche perché a ben vedere, dalla delocalizzazione della produzione in poi, di italiano nella Fiat è rimasto ben poco. Se poi si considera l’affare Chrysler, il gioco è fatto.

Marchionne, che di recente è finito sulle prime pagine di tutti i giornali perché si è aumentato lo stipendio nonostante la crisi economica, ha presieduto in questi giorni l’assemblea degli azionisti del gruppo Sgs parlando quasi esclusivamente dei target finanziari della FIAT anche per il 2020.

L’Ad di Fiat, per esempio, ha confermato che per il primo trimestre dell’anno in corso, il trading profit del Lingotto sarà inferiore ai dati dell’anno scorso riferiti allo stesso periodo. E l’origine di questa flessione sembra essere in una crisi delle vendite.

In realtà alla Fiat è successo quello che è accaduto anche alla Apple: uno dei prodotti considerati di punta, non ha avuto il successo sperato e la crisi delle vendite ha intaccato i bilanci dell’azienda. Nel caso della Fiat, il prodotto in questione è la Jeep Liberty che è stata lanciato nel primo trimestre dell’anno scorso.

Gli obiettivi per il 2020, quindi, sono ricavi tra 88 e 92 miliardi di euro, un utile di gestione ordinaria tra 4 e 4,5 miliardi di euro e un utile netto tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro.

Morto Sergio Marchionne. Fca, cosa succede con Manley: fusione alleanza o vendita?

Perchй Torino ha scelto il capo della Jeep, primo straniero alla guida del Lingotto. Quei colloqui in Cina e le ipotesi della Hyundai. Ecco gli scenari

di Bianca Carretto

Michael Manley, il nuovo amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles, non ha nulla di somigliante con Sergio Marchionne. Inglese, longilineo, senza apparenti slanci emotivi (come dimenticare gli abbracci forti di Sergio), abituato a vivere piщ in America che in Europa, soprattutto non in Italia. Si и occupato dei mercati asiatici ed и ceo di Jeep, il marchio piщ remunerativo del gruppo. Forse questa и stata la ragione principale della sua scelta, da parte di un board che si trova di fronte ad una svolta epocale dopo l’uscita di Marchionne.

Si и messo giа al lavoro. Il primo appuntamento la riunione a Torino, al Lingotto, del Gec (Group Executive Council), l’organismo decisionale del gruppo, costituito dai responsabili dei settori operativi e da alcuni capi funzione e guidato dall’amministratore delegato. In tutto una ventina di top manager che fanno quindi riferimento a Manley. Il Gec – articolato in quattro strutture principali: ambiti regionali, brand, processi industriali, funzioni corporale – si riunisce una volta al mese in sedi diverse e la scelta di Torino era giа stata fatta.

Fca ora potrа decollare sempre piщ verso gli Stati Uniti dove il brand Jeep viene maggiormente prodotto. Il possibile spostamento dall’altra parte dell’Atlantico — giа temuto dai sindacati della Fim- Cisl che chiedono in una nota a Manley continuitа industriale, accelerazione degli investimenti e sicura occupazione per le fabbriche italiane — potrebbe anche essere una conseguenza legata alla politica di Trump che condiziona ormai tutte le case costruttrici europee e non solo. La minaccia del presidente americano di imporre dei diritti doganali del 25% sulle vetture importate condiziona qualsiasi scelta.

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Fca, la fotostoria di Sergio Marchionne
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Fca, la fotostoria di Sergio Marchionne
Fca, la fotostoria di Sergio Marchionne

L’industria dell’automobile ha sempre costituito un simbolo politico molto forte negli Stati Uniti, le vetture prodotte in Europa e in Asia contano , nella realtа, meno di un quarto del mercato. La metа dei veicoli venduti negli Usa sono costruiti in loco ( oltre il 55%), piщ un altro 25% in Canada e in Messico. In questi ultimi anni le case straniere hanno stanziato miliardi di dollari in Usa per attivare nuovi stabilimenti, sviluppando il loro business. Nel solo primo trimestre del 2020 queste ultime, hanno superato i veicoli costruiti negli Stati Uniti dalle tre «big» di Detroit, Gm, Ford e Fca. Questo panorama, dopo l’uscita di Marchionne, non accelera quel processo di convergenze verso altre industrie del settore. Marchionne non ha mai voluto vendere ma ha sempre sostenuto che «й necessario pulire il titolo di Fca dai suoi componenti non strettamente automobilistici per creare piщ valore per gli azionisti».

Manley, oltre ad affrontare lo sviluppo della vettura elettrica e autonoma che necessita di forti investimenti, dovrа scegliere un partner per avere il sostegno necessario, indispensabile, in questo incerto settore, in costante mutazione. Il piano industriale presentato da Marchionne il 1 giugno era indubbiamente un segnale mandato ad un possibile alleato. Giovedм scorso Fca ha avviato lo scorporo di Magneti Marelli che sarа registrata sia alla Borsa di Amsterdam che a quella di Milano, secondo un documento che Reuters ha potuto consultare, seguendo la procedura analoga a quella messa in atto per Cnh Industrial e Ferrari. Secondo gli analisti, Magneti Marelli, puт valere tra i 3,6 e i 5 miliardi di euro. I mercati finanziari si aspettavano da Marchionne un altro dei suoi colpi di teatro, la scoperta di una collaborazione concreta. Manley, che conosce l’Asia, potrebbe approcciare Hyundai che piщ volte и stata ritenuta adatta per una cooperazione industriale. Un’ipotesi intrigante anche se il marchio Jeep, iconico per gli americani, non potrа mai essere traghettato al di fuori del territorio a stelle e strisce. Si parla anche molto di una divisione ad hoc per i marchi Alfa Romeo e Maserati, il famoso polo del lusso che necessita di investimenti elevati per decollare un’immagine ancora troppa flebile. Interessati potrebbero essere gli americani di Ford che hanno in cantiere giа sia l’auto senza guida che quella elettrificata. Manley non ha un compito di rapida soluzione, considerando che dovrа prima capire il mondo Fca, nella sua complessitа.

Coronavirus: cosa si rischia se non si rispettano le norme

Rispettare le norme e le imposizioni governative in questo particolare momento storico in Italia è decisamente la base della società civile. Sono previste pesantissime sanzioni per chi viola la regole che lo Stato ha emesso, il tutto per evitare che il virus CoVid-19 possa contagiare sempre più persone nel Paese.

Cosa si rischia non rispettando la distanza minima di un metro, così come chi viaggia e si sposta senza un motivo giusto ed importante? Sicuramente la salute, per se stesso e per chi sta intorno. Infatti il focus attuale è fermare l’epidemia prima che si moltiplichino i casi.

A ciò si sommano le sanzioni, che si, possono arrivare all’arresto del cittadino. Il DPCM, con le sue misure urgenti sul contenimento del contagio, aveva delineato un’area arancione, oltre alla zona della Lombardia e del Veneto, focolai del virus. Chiunque violi le aree senza una ragione specifica subisce una pena con l’arresto fino a 3 mesi e una multa fino a 206 Euro. Le condizioni si possono aggravare poi, se si persegue l’articolo 452 del codice penale che prevede “delitti colposi contro la salute pubblica, che persegue tutte le condotte i donne a produrre un pericolo per la salute pubblica”, stando all’ultima direttiva ai prefetti emersa dal Viminale. Se dovessero esserci comportamenti ancor più pericolosi, sempre riferendosi all’articolo 452 delc codice penale, è previsto il carcere dai 3 ai 12 anni.

Con il Dpcm dell’8 marzo 2020, si introducono nuovi obblighi comportamentali, riferiti ai locali come bar o negozi. Con il decreto di stamane, 10 marzo 2020, tutta Italia viene dichiarata ‘zona rossa’, il ché significa che bisogna limitare gli spostamenti, seguire le disposizioni ministeriali in tutto il territorio nazionale. Secondo Roberto Speranza, ministero della Salute, bisogna utilizzare il pugno di ferro contro gli atteggiamenti scorretti e non tollerabili. “I casi positivi non devono andarsene in giro. Abbiamo bisogno di comportamenti corretti dappertutto”, ha ribadito poi.

Coronavirus: mantenere la distanza di un metro

Dapprima la raccomandazione e il divieto si riferiva alla sola zona rossa e arancione allargata, adesso invece, vale per tutta Italia. Il governo chiede a tutti, malati e non, di rimanere a casa il più possibile, esortando la popolazione con inviti, raccomandazioni, obblighi, divieti.

Il premier Giuseppe Conte esorta anche a chi sta bene di evitare gli spostamenti, che d’ora in poi, fino al 3 aprile, saranno limitati solo per lavoro, necessità gravi o motivi di salute. Tuttavia, anche il lavoro viene scoraggiato dal provvedimento, a meno che non sia un ruolo per il quale non ci si possa fermare, motivati con compravate esigenze, da protocollare in moduli di autocertificazione forniti dalle forze armate, che controlleranno il tutto.

Sempre sul tema del lavoro, il ministero raccomanda ai datori di lavoro di lavorare da casa, favorendo quello che è lo smart working, e di donare ai propri dipendenti ferie e congedi. L’unico settore esente da ciò, è quello sanitario, che in questi giorni di emergenza, sta svolgendo un compito eccezionale, senza sosta negli ospedali di tutta Italia.

Nel decreto si evince a tutti coloro che hanno sintomi di infezione respiratoria, febbre al di sopra di 37,5, di restare a casa, limitando i contatti sociali e tenendo aggiornato il proprio medico di base. Per queste disposizioni non vi è un vero e proprio elenco di punizioni per chi le viola, tuttavia si fa riferimento al generico articolo 650 del codice penale.

Nei locali invece, come bar e negozi, bisogna ottemperare alla nuova disposizione: apertura straordinaria dalle 6 alle 18 e obbligo di garantire la distanza minima di almeno un metro. In caso contrario, gli esercenti rischiano la sospensione dell’attività. Se il locale o negozio non consente tali norme, allora il decreto del premier ne obbliga la chiusura. La regola vale anche per i punti importanti come farmacie, para farmacie, negozi di beni di prima necessità ed altro.

Limiti e sanzioni in tutta Italia: cosa succede?

La nazione intera è ferma fino al 3 aprile: cosa significa? Pub, scuole di ballo, palestre, sale giochi, bingo, locali, discoteche e quant’altro, tutto chiuso. Per chi non rispetta le norme, sospensione dell’attività, valida anche per bar, e ristoranti. Con tutto il territorio italiano come ‘zona rossa’, non vi sono più distinzioni. Il nuovo Dpcm del 9 marzo porta poi due novità: da una parte è vietata ogni forma di assembramento di persone in luoghi aperti o publici; dall’altra, sono sospesi tutti gli eventi sportivi, culturali, pubblici o privati. Solo le squadre di calcio italiano impegnate nelle competizioni europee sono escluse.

I prefetti, le forze dell’ordine: polizia, vigili del fuoco, carabinieri e forze armate hanno l’obbligo di far rispettare le norme e monitorare “l’attuazione delle misure previste in capo alle amministrazioni”. Per monitorare gli isolamenti domiciliari dei casi positivi di Covid-19 invece, vi sono gli operatori sanitari che, fra i tanti obblighi quotidiani, hanno quello di contattare le persone che hanno in sorveglianza.

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