Forex il crollo della rupia

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Rupia indiana in caduta verticale: siamo sui minimi storici contro il dollaro

Un mix di fattori negativi, a cominciare alla diffusione del coronavirus su scala globale, sta appesantendo la rupia indiana. La valuta indiana è così precipitata sui minimi storici contro il dollaro americano settimana scorsa, e anche se questa giornata è cominciata discretamente, la pressione continua ad essere alta.

Il crollo della Borse e della Rupia indiana

Anzitutto questa mattina il mercato azionario domestico ha fatto registrare un nuovo capitombolo. Il Sensex è sceso infatti di 3.576,75 punti, cioè dell’11,96% a quota 26339,21 mentre il Nifty è sceso di 1.023,30 punti o l’11,70% a 7722,15. La rapida diffusione del virus nello Stato (quasi 350 casi e 7 morti) ha indotto al blocco di importanti zone, tra cui la capitale del paese. Molte aziende hanno chiuso e la normale frenesia quotidiana del paese praticamente non esiste più.

Per quanto riguarda la Rupia, venerdì è scivolata su un nuovo minimo storico di 75,20 contro il dollaro USA (USD-INR), in quanto gli investitori stanno cercando liquidità, incrementando così la domanda per la valuta di riserva mondiale.

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Petrolio e Rupia

Come detto, ci sono diversi fattori che stanno incidendo. Gli effetti del coronavirus sull’economia globale stanno appesantendo il mercato petrolifero, perché i Governi stanno chiudendo le frontiere per frenare la diffusione dell’epidemia, e quindi i trasporti si sono ridotti. Questo incide sul petrolio e anche sull’andamento della rupia indiana. Pesa inoltre il fatto che la pandemia sta causando l’arresto dell’intera economia, e ciò penalizza le valute dei mercati emergenti, più vulnerabili a causa della loro dipendenza dal debito del dollaro.

L’intervento della RBI

Per fermare questa svalutazione costante del cambio, la RBI (banca centrale indiana) potrebbe ancora vendere dollari in modo aggressivo, ma ciò potrebbe non fermare l’emorragia della Rupia. Nelle prossime due settimane, vi è il rischio crescente che il cambio USD-INR si avvicini ai livelli di 78,00, e così dicono i migliori indicatori forex affidabili. Tecnicamente, l’USD-INR deve rispettare i livelli di 74.50, sempre precedenti alto, per mantenere viva la propensione rialzista.

Il grande crollo della Rupia indiana

Osservare il forex in questa fase storica è davvero molto interessante, un modo per capire a fondo quelli che sono i destini prossimi dell’economia mondiale. Tutto dipende dalla FED che ha fatto il mercato negli ultimi 6 anni, determinando con le sue scelte di politica economica espansiva un abbassamento dei rendimenti medi e un indebolimento del dollaro.
E’ una scelta criticabile, certo, da molti punti di vista. Tuttavia non possiamo nasconderci che senza queste scelte la crisi del debito sovrano in Europa sarebbe stata ancora più dura. Persino noi italiani ci abbiamo guadagnato qualcosa, quindi, dalle politiche della FED e da quelle simili implementate dalla Banca del Giappone e dalla Banca d’Inghilterra. E in effetti se la FED non si fosse mossa in questo modo difficilemente le banche, pur importanti, di Giappone e Inghilterra avrebbero potuto fare un passo simile. E’ stata una sorta di segnale di liberi tutti, un segnale che ha affascinato i politici di tutto il mondo, affascinati dalla possibilità di continuare con il solito panem et circenses senza dover nemmeno pagare il conto (quello lo lascinao alle generazioni future, ma questa è un’altra storia).

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Quantitative easing e paesi emergenti
Senza scendere nei dettagli nefasti a lungo termine di questa politica monetaria (e dopo tutto ce ne siamo occupati in numerosi articoli pubblicati su ForexItalia24) vediamo adesso qual è stato l’effetto di questa politica sui paesi emergenti.
Il QE ha fatto scendere, in maniera drammatica, i rendimenti delle obbligazioni USA, sia pubbliche che private. Questo ha determinato una grande fuga di capitali che sono andati proprio a caccia di rendimenti nei paesi emergenti. Tra l’altro il combinato disposto delle politiche monetarie espansive e della fuga dei capitali dagli USA ha portato ad un indebolimento complessivo del dollaro e questo indebolimento ha reso ancora più conveniente la fuga.
Inizialmente i paesi emergenti hanno protestato vivamente per le politiche espansive, temendo la concorrenza dei prodotti americani rispetto alle loro esportazioni. Dopo tutto questi paesi si sono arrogati il diritto eslusivo di fare dumping monetario e fiscale e non tollerano che i paesi sviluppati possano comportarsi esattamente come fanno loro da sempre. Ma questo è un altro discorso.
Malgrado gli schiamzzi iniziali, però, i paesi emergenti hanno ottenuto immensi vantaggi dal QE: i capitali a basso costo che sono arrivati hanno rafforzato la moneta, spinto le borse, aiutato i governi a finanziare la spesa pubblica. Insomma, hanno fatto crescere l’economia dei paesi emergenti.
Ma adesso la festa sta per finire, i capitali stanno tornando a casa verso gli USA e i vantaggi ottenuti in questi anni stanno per essere persi.
Addirittura molti paesi emergenti hanno iniziato a mandare petizioni alla FED perché non attui il suo annunciato proposito di rallentare le sue politiche espansive. La FED ha giustamente fatto sapere che deve difendere la stabilità monetaria degli USA e che non è un ente di beneficienza.
Il problema di fondo è che questi paesi non hanno sfruttato l’occasione storica rappresentata da questo immenso flusso di capitali a buon mercato. Invece di sfruttarli per creare sviluppo armonico e sostenibile nel tempo, li hanno spesso bruciati in iniziative populistiche o comunque senza effetti duraturi.
E adesso, appunto, la festa è finita.

Il caso India
Uno dei casi emblematici di questo cambio di rotta è l’India. La sua rupia si è deprezzata, sul mercato forex, in maniera impressionante. Dall’inizio dell’anno la rupia ha perso il 12% rispetto al dollaro, uno dei peggiori risultati di sempre. E il crollo non è affatto finito, anzi. Probabilmente il meglio deve ancora venire. Accanto ai crolli sul forex ci sono anche crolli fortissimi e quasi giornalieri in Borsa. I capitali fuggono ormai anche perché la rupia vale sempre meno e non vogliono farsi intrappolare nel Paese.
Insomma, un circolo vizioso che sta per distruggere completamente l’India e che potrebbe portarla persino al default. Il problema di fondo, però, non è nella fuga di capitali. Il problema è l’atteggiamento del governo guidato dal Partito del Congresso, famoso per corruzione e populismo, che sta alimentando una spirale di spesa pubblica senza fine. L’ultima trovata è un piano per la distribuzione di aiuti alimentari ai due terzi della popolazione, un piano colossale che dovrebbe costare 16 miliardi di euro proprio nel momento il Paese ha bisogno di un maggior rigore.
Gli indiani hanno capito però che l’attuale leadership li sta portando alla rovina e probabilmente voteranno per il BJP, il partito che ha sempre sostenuto gli interessi reali dell’India più profonda. Le elezioni si avvicinano ma nessuno sa che cosa potrà succedere, se il BJP potrà davvero prendere le redini del paese e salvarlo oppure se per la nazione asiatica si avvicina il default.
Intanto il forex ha emesso la sua sentenza e di solito queste sentenze sono senza appello.

In India è caos. Crollo della Rupia indiana (INR)

Le notizie provenienti dalla banca centrale dell’India (RBI o Reserve Bank of India) hanno gettato la rupia indiana (INR) nel mirino dei venditori. Ad influenzare negativamente il mercato sono state le dimissioni di Urjit Patel, Governatore della RBI, il quarto funzionario di alto livello, in ordine temporale, ad abbandonare il settore economico e finanziario del settimo Stato per estensione geografica al mondo (3.287.263 km²) e del secondo per numero di abitanti (1.335.250.000).

Banconota da 1000 rupia indiana (INR)

Il crollo della rupia indiana (INR)

Il signor Urjit Patel ha lasciato a metà del suo mandato di tre anni motivando le sue dimissioni con delle non maggiormente specificate “ragioni personali”. Gli investitori internazionali sono rimasti molto scossi dalla notizia e la rupia indiana (INR) è scesa di valore rispetto al dollaro statunitense, arrivando al valore di 72,3 dollari al termine della giornata di negoziazione.

Valore rupia indiana (INR) sul dollaro

Ad inizio dicembre la rupia indiana (INR) aveva toccato un minimo di 69,7 dollari scendendo del 5,8% rispetto ai 74,08 dollari del 31 ottobre. Il calo del prezzo del petrolio aveva però concesso una tregua al trend discendente della rupia indiana (INR) permettendo di recuperare terreno. La notizia delle dimissioni del Governatore della banca centrale dell’India, Urjit Patel, hanno portato un drastico cambio di rotta riportando la rupia indiana (INR) a perdere nuovamente terreno sul dollaro americano.

Il 2020 è stato un annus horribilis per rupia indiana (INR) mettendo in evidenza che al suo punto più basso quest’anno, la valuta colpita dalla crisi perdendo circa il 14% del valore rispetto al dollaro USA. Molto del calo è dovuto all’impennata dei prezzi del petrolio e alla considerazione che oggi l’India ha una forte e sempre crescente domanda di greggio. Tale boom è giustificato da diversi fattori contingenti: le raffinerie locali hanno rallentato la produzione a causa delle carenze di acqua e dei maggior costi e l’economia indiana sta vivendo una costante accelerazione dei consumi interni.

Le ingerenze del governo sull’indipendenza della Banca Centrale

Le dimissioni del signor Urjit Patel arrivano dopo mesi di conflitto tra la banca centrale e il governo indiano, con gli analisti che suggeriscono che la sua partenza è stata provocata dalla “ingerenza” da parte del governo. Il contesto per la rupia indiana (INR) si complica ulteriormente se si pensa che le elezioni generali dell’India si avvicinano e che i partiti politici avranno necessità di trovare tutto il sostegno economico necessario a sostenere la campagna elettorale. Per questo motivo influenzare le politiche della Reserve Bank of India (RBI) diventa fondamentale per accaparrarsi il consenso politico e quest’ultima, dopo nove ore di riunione del consiglio di amministrazione, ha deciso che collaborerà con il governo con una serie di nuove strategie fiscali e sostenendo le banche in difficoltà.

Rupia indiana (INR)

Le dimissioni di Urjit Patel sono quindi un chiaro segno di protesta alle interferenze imposte dal governo indiano che minano il concetto fondamentale di indipendenza che dovrebbe muovere ogni decisione presa da una Banca Centrale.

Secondo Piyush Goyal, ministro delle ferrovie in India, l’incontro tra il consiglio di amministrazione della Reserve Bank of India (RBI) è andato senza frizioni tra governo e banca e, alla domanda se si fosse verificato uno scontro sulle responsabilità della Banca Centrale nei confronti dell’India, ha risposto dicendo: “Non vediamo alcuna tensione tra il governo e la RBI. Solo il capo del Congresso Rahul Gandhi e alcuni detrattori stanno mostrando segni di tensione”. Ha poi aggiunto: “Il governo ha già chiarito che non ha chiesto nemmeno una singola rupia indiana (INR) dal fondo di riserva della RBI”.

Un quadro economico e politico complesso per la rupia indiana (INR)

Nel frattempo, il partito attualmente al governo indiano (Bharatiya Janata) è andato alla conta dei voti in tre grandi stati centrali dell’India registrando una brusca battuta d’arresto per il primo ministro Modi. Nello stesso governo va anche evidenziata l’uscita dal consiglio consultivo economico dell’economista di fama mondiale Surjit Bhalla che ha deciso di seguire 24 ore dopo le dimissioni di Urjit Patel.

A complicare la situazione della rupia indiana (INR) ci sono anche i maggiori tassi di interesse e l’aumento dei prezzi delle importazioni di questa fine dell’anno.

Fila per ritirare all’ATM la rupia indiana (INR)

Questo quadro economico molto complesso ha indotto l’agenzia Fitch Ratings ha indicare nel breve e medio periodo una rupia indiana (INR) sempre più debole. Fitch ha dichiarato: “L’allargamento del disavanzo delle partite correnti in mezzo a condizioni di finanziamento globali più strette dovrebbe esercitare pressioni al ribasso sulla valuta, e prevediamo che la rupia indiana (INR) si indebolirà raggiungendo stabilmente la barriera dei 70 dollari entro la fine del 2020.”

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