Forex le valute maggiormente in crisi

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Le valute maggiormente in crisi

La crisi economica dei paesi emergenti sembra legata in modo indissolubile all’avvio del tapering deciso dalla Federal Reserve. Ma la crisi economica si traduce inevitabilmente in una crisi valutaria che ha mandato in crisi soprattutto alcune valute, come la lira turca, il real brasiliano e la rupia indiana. Ci sono poi delle valute che in una condizione di crisi hanno saputo trovare un grimaldello per fare fortuna. Si tratta ad esempio dello zloty polacco, della corona ceca e del lev bulgaro.

I paesi emergenti sono chiamati tali perché le loro economie sono in fase crescente e stanno tentando di sbarcare il lunario. In questi ultimi mesi, però, abbiamo assistito ad un importante passo indietro che ha gettato i BRICS e non solo nella peggior crisi mai registrata da 10 anni a questa parte.

Tutto parte dalla decisione della FED di ridurre gli stimoli monetari che si traducono in un minore afflusso di denaro nei paesi emergenti che adesso rischiano di veder aumentare l’inflazione e ridursi il ritmo della crescita. A parte la rupia indiana che è scesa ai minimi storici mai registrati negli ultimi 18 anni, in crisi ci sono soprattutto il real brasiliano e la lira turca.

Il real brasiliano ha perso il 20% del suo valore rispetto al dollaro ma non cede al pensiero della crisi considerando le riserve valutarie e la crescita ancora costante del paese. La lira turca, continua a perdere terreno dal dollaro e dall’euro ma ha il sostegno della banca centrale che vuole evitare di subire troppo le tensioni della vicinissima Siria.

Forex: le valute maggiormente in crisi

In questo periodo si parla tantissimo di ripresa con riferimento costante alla realtà europea dove gli sforzi congiunto di tutti gli Stati membri, s’inizia a vedere la luce fuori dal tunnel. Non accade la stessa cosa nei paesi emergenti che invece soffrono insieme alle loro valute. Gli analisti dicono che è tutta colpa della FED. La Federal Reserve americana, non ha cambiato idea sul Quantitative Easing e ha detto di voler anticipare la riduzione degli stimoli monetari, iniziando a “ritirarsi” già a metà settembre. Questo vuol dire che nei paesi emergenti ci sarà un minore afflusso di denaro.

I BRIC e non solo iniziano a temere il peggio ma le reazioni in campo ForEx sono diverse. Da un lato troviamo i paesi dell’est europeo che continuano a guadagnare terreno, basta vedere lo zloty polacco o l’andamento della moneta ceca, dall’altro troviamo i paesi emergenti in grande difficoltà.

Le divise più penalizzate dalla situazione contingente sono la rupia indiana che ha fatto registrare il minimo storico della quotazione, mai segnato da 18 anni a questa parte, il real brasiliano e la lira turca. La Turchia, per esempio, sta risentendo molto di quello che succede nella vicina Siria ma il governo ha trovato supporto nella banca centrale nazionale. In Brasile l’economia crescerà meno del previsto ma gli analisti credono si tratti di una crisi passeggera.

Gli Effetti Delle Fluttuazioni Monetarie Sull’Economia

Le fluttuazioni monetarie sono il risultato del sistema dei tassi di cambio fluttuanti, che rappresentano la normalità nella maggior parte delle principali economie. Il tasso di cambio di una valuta rispetto ad un’altro è influenzato da numerosi fattori fondamentali e tecnici. Questi includono l’offerta e la domanda delle due valute, la performance economica, le prospettive d’inflazione, i differenziali dei tassi di interesse, i flussi di capitale, i livelli di supporto e resistenza tecnica e così via. Poiché questi fattori sono generalmente in uno stato di flusso continuo, i valori delle valute oscillano da un periodo all’altro. Ma anche se il livello di una valuta dovrebbe in gran parte essere determinato dall’economia sottostante, enormi movimenti di una valuta possono avere un effetto molto negativo sull’economia.

In questo articolo si parla di:

Effetti Valutari

Molte persone oggi non prestano particolare attenzione ai tassi di cambio perché la maggior parte della loro attività e transazioni vengono condotte nella loro valuta nazionale e all’interno del proprio paese. Per il consumatore tipico, i tassi di cambio vengono “considerati” solo per le operazioni occasionali, come i viaggi all’estero o i pagamenti di merce d’importazione. Un errore comune che commette la maggior parte delle persone è quello di pensare che una valuta nazionale forte sia una buona cosa, perché rende più conveniente viaggiare in Europa o pagare meno per un prodotto importato. In realtà, una valuta eccessivamente forte è in grado di esercitare un peso significativo (e negativo) sull’economia nel lungo periodo, con interi settori industriali che diventeranno non competitivi e migliaia di posti di lavoro che verranno persi! E mentre i consumatori possono disdegnare un valuta nazionale debole perché rende gli acquisti transfrontalieri e i viaggi all’estero più costosi, essa potrà effettivamente comportare più benefici dal lato economico. Il valore della moneta nazionale nel mercato dei cambi è uno strumento importante di valutazione per una banca centrale, così come è un fattore chiave quando si definisce la politica monetaria. Direttamente o indirettamente, quindi, i tassi di cambio influiscono su una serie di variabili economiche fondamentali. Essi possono svolgere un ruolo importante sul tasso di interesse da pagare su un mutuo, sul rendimento del portafoglio di investimento, sui prezzi dei generi alimentari e anche sulle prospettive di lavoro.

Impatto Della Valuta Sull’Economia

Il livello di una valuta ha un impatto diretto sui seguenti aspetti dell’economia:

  • Scambi di merci – Questo aspetto si riferisce al commercio internazionale di una nazione o, più precisamente, alle sue esportazioni e importazioni. In termini generali, una valuta più debole stimolerà le esportazioni e le importazioni diventeranno più costose, diminuendo in tal modo il deficit commerciale di una nazione (o aumentando l’avanzo) nel corso del tempo. Il deprezzamento della propria valuta nazionale è la ragione principale per cui le attività di esportazione rimangono competitive sui mercati internazionali. Al contrario, una valuta più forte sarà in grado di ridurre in modo significativo la competitività delle esportazioni e le importazioni saranno più economiche, il che potrebbe causare un ulteriore aumento del deficit commerciale, al fine indebolire la moneta in un meccanismo di “autoregolazione”. Ma prima che questo accada, i settori industriali che sono altamente orientati all’esportazione possono essere fortemente “compromessi” da una valuta eccessivamente forte.
  • Crescita economica – La formula base per il calcolo del PIL di un’economia è C + I + G + (X – M) dove:C = consumo o la spesa dei consumatori, la più grande componente di un’economia
    I = investimenti di capitale da parte delle imprese e delle famiglie
    G = spesa pubblica
    (X – M) = esportazioni meno importazioni (o esportazioni nette).

Da questa equazione, è chiaro che tanto più alto sarà il valore delle esportazioni nette, tanto più alto sarà il PIL di una nazione. Come discusso in precedenza, le esportazioni nette hanno una correlazione inversa con la forza della valuta domestica.

  • Flussi di capitale – Il capitale straniero tenderà a confluire maggiormente in quei paesi che hanno governi forti, economie dinamiche e valute stabili. Una nazione ha bisogno di avere una valuta relativamente stabile per attrarre investimenti di capitale da parte di investitori stranieri. In caso contrario, la prospettiva di perdite sui cambi causate dal deprezzamento valutario potrebbero scoraggiare gli investitori stranieri. I flussi di capitale possono essere classificate in due tipi principali: investimenti diretti esteri, in cui gli investitori stranieri assumono partecipazioni in società esistenti o costruiscono nuovi impianti all’estero e investimenti di portafoglio esteri, dove gli investitori stranieri investono in titoli esteri. Ma i primi rappresentano una fonte importante di finanziamento per le economie in crescita, come la Cina e l’India, la cui crescita sarebbe vincolata se il capitale non fosse disponibile. I governi preferiscono notevolmente gli Investimenti Diretti Esteri rispetto agli investimenti di portafoglio esteri, dal momento che questi ultimi possono spesso “abbandonare” il paese quando il gioco si fa duro! Questo fenomeno, comunemente denominato “fuga di capitali”, può essere innescato da qualsiasi evento negativo, tra cui una svalutazione prevista o anticipata della moneta.
  • Inflazione – Una moneta svalutata può provocare un’inflazione “importata” per i paesi che sono importatori sostanziali. Un calo improvviso del 20% della valuta nazionale può provocare che i prodotti importati costino il 25% in più, dal momento che un calo del 20% significa che ci sarebbe bisogno di un aumento del 25% per tornare al punto di partenza originale.
  • Tassi d’interesse – Come accennato in precedenza, il livello del tasso di cambio è un fattore chiave per la maggior parte delle banche centrali durante l’impostazione della politica monetaria.
  • Ad ogni modo, una valuta nazionale forte esercita un notevole peso sull’economia di un paese, ed è in grado di ottenere lo stesso risultato finale di un aumento dei tassi di interesse. Inoltre, un ulteriore inasprimento della politica monetaria in un momento in cui la moneta nazionale è già eccessivamente forte, potrebbe esacerbare il problema attirando capitali da parte di investitori stranieri, che sono sempre alla ricerca di maggiori investimenti a rendimento (fattore che dovrebbe ulteriormente spingere verso l’alto la valuta nazionale).

    L’Influenza Globale Delle Valute – Esempi Storici

    Il mercato del forex globale è di gran lunga il più grande mercato finanziario al mondo, grazie al suo volume di scambi giornalieri di oltre 5 triliardi di dollari. Tuttavia, vi sono momenti in cui le valute si muovono in maniera drammatica; durante tali periodi, i riverberi di queste mosse possono essere letteralmente sentiti in ogni parte del mondo. Elenchiamo qui di seguito alcuni famosi esempi:

    • La crisi asiatica del 1997-98 – Un primo esempio del caos economico che può essere generato da movimenti di valuta negativi, è la crisi asiatica iniziata con la svalutazione del baht tailandese nel luglio 1997. Questa valuta passò un periodo di intenso attacco speculativo, costringendo la banca centrale della Thailandia ad abbandonare il suo peg con il dollaro statunitense e che causò una forte fluttuazione. Questo ha innescato un crollo finanziario che si diffuse ben presto a macchia d’olio alle economie vicine di Indonesia, Malesia, Corea del Sud e Hong Kong. Il contagio valutario comportò una grave contrazione in queste economie, con pesanti conseguenze anche sul mercato azionario.
    • Sottovalutazione dello yuan cinese – La Cina ha tenuto il suo yuan stabile per un decennio (1994-2004), consentendo al paese di accrescere in maniera spropositata le sue esportazioni grazie alla sottovalutazione della valuta. Ciò ha indotto delle proteste da parte degli Stati Uniti e altre nazioni, che accusarono la Cina di aver artificialmente “soppresso” il valore della sua moneta per rilanciare le esportazioni. La Cina ha poi acconsentito ad un apprezzamento a ritmo modesto dello yuan, da oltre 8 rispetto al dollaro nel 2005 a poco più di 6 nel 2020.
    • Movimento dello yen giapponese dal 2008 a metà 2020 – Lo yen giapponese è stata una delle valute più volatili dal 2008 a metà del 2020. Questa moneta, che fino ad allora era stata una delle valute preferite per operazioni di carry trade a causa della politica dei tassi d’interesse vicino allo zero attuata dal Giappone, ha cominciato ad apprezzarsi bruscamente: così gli investitori, in preda al panico, acquistarono massicce quantità della valuta per rimborsare i prestiti in yen. Di conseguenza, lo yen si apprezzò di oltre il 25% nei confronti del dollaro nei cinque mesi successivi a Gennaio 2009. Nel 2020, lo stimolo monetario del Primo Ministro Abe e i piani di stimolo fiscale chiamati “abenomics”, hanno portato ad un crollo del 16% dello yen entro i primi cinque mesi dell’anno.
    • Timori Euro (2020) – Le preoccupazioni che le nazioni profondamente indebitate come Grecia, Portogallo, Spagna e Italia potrebbero poi essere costrette ad abbandonare l’Unione Europea (di fatto, “disintegrandola”), ha portato l’Euro a precipitare del 20% in sette mesi, da un livello di 1,51 nel mese di Dicembre 2009 a circa 1.19 nel Giugno 2020. Perdita che si dimostrò essere temporanea, anche se un nuovo crollo del 19% dal maggio 2020 al luglio 2020 fece pensare al peggio.

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