Grande volatilita sui mercati il dollaro debole spinge le altre monete su trend rialzisti

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Grande volatilità sui mercati: il dollaro debole spinge le altre monete su trend rialzisti

Le pulsioni nazionalistiche nel vecchio continente che stanno affiorando negli ultimi anni e che trovano il coronamento nel trionfo elettorale del movimento di Marine Le Pen, figlia d’arte dell’omonimo ultraconservatore fascista francese, hanno fatto suonare qualche campanello d’allarme nelle sale dei bottoni europee. Lo stesso governatore della BCE Mario Draghi ieri ha dovuto sottolineare e rimarcare la dannosità di un eventuale ritorno agli stati nazionali.

Ma i movimenti di pancia dei popoli europei spaventano molto Bruxelles e Strasburgo che hanno dovuto correre ai ripari per arginare una deriva populista effetto di politiche di austerità poco produttive. La speranza nei palazzi del potere europeo è che la ripresa economica acceleri per far rimettere a dormire le pulsioni nazionaliste e indipendentiste che si stanno svegliando dopo l’aspra medicina.

E anche i tedeschi, solitamente restii ad abbracciare l’idea di un’Europa non germanocentrica, iniziano a rendersi conto della necessità di aprire a posizioni che permettano alla Banca Centrale Europea di mettere in campo misure atte al sostegno dell’intero continente. Solo ieri il presidente della Bundesbank tedesca ha detto che non è escluso che l’istituto di Francoforte possa mettere in atto una versione nostrana del quantitative easing, anche se da Parigi, Draghi risponde che non ci sono ancora i presupposti in quanto non si sono verificati ancora segnali deflattivi, da tutti ritenuti la miccia che accenderebbe un programma ultraespansivo di politica monetaria.

Giornata poco mossa sul fronte dei dati macroeconomici con l’unica notizia di rilievo in arrivo dagli stati uniti con gli ordinativi di beni durevoli alle 14:30 attesi in lieve recupero a 1.0% contro il precedente a -1.0% per il dato aggregato mese su mese e in flessione a 0.3% contro la rilevazione precedente a 1.1% per la componente core mese su mese.

La volatilità l’ha fatta da padrona ieri sul cambio EURUSD prima con l’uscita dei dati tedeschi peggiori delle attese, ma tutto sommato decenti, e poi con le rilevazioni americane che mettono in evidenza un’economia ancora degente, ma un aumento deciso della fiducia a 82.3 (Indice CB della fiducia dei consumatori) rispetto al precedente a 78.3. Il comportamento del maggiore cambio è tuttavia rimasto altamente tecnico e circoscritto nel range 1.3770 – 1.3870 con accelerazioni a cavallo del livello pivot a 1.38. Per il resto hanno tenuto in maniera egregia i nostri livelli tecnici inclusi i supporti dinamici del canale ribassista (grafico). La giornata di oggi è attesa abbastanza interlocutoria fino ai dati del pomeriggio, ma con la possibilità di aumento della volatilità.

Dopo tre sessioni di fila di ribassi, Tokyo torna a sorridere con l’indice Nikkei che fa registrare al termine della sessione asiatica di contrattazioni un rassicurante +0.37%. Dal canto suo lo yen si è appiattito sulla parte inferiore del canale tecnico rialzista (grafico) che abbiamo tracciato la scorsa settimana e in quest’area intorno a 102.30 sta lateralizzando in queste ore. Servirà l’uscita dei dati americani per dare uno scossone a USDJPY che rimane comunque inquadrato in uno scenario di deprezzamento della divisa nipponica contro biglietto verde.

Ma la vera superstar del momento è l’aussie che sembra inarrestabile e approfitta sia di un biglietto verde debole, sia dell’effetto positivo delle dichiarazioni rese durante la notte dal governatore della RBA Plosser a margine della pubblicazione del Financial Stability Report che ha evidenziato una situazione migliore delle attese forte anche dei cenni di ripresa della Cina, maggiore partner commerciale dell’Australia. Da un punto di vista tecnico la rottura del canale rialzista inferiore e conseguente accelerazione fino a 0.92 (grafico) pone solide basi per un’ulteriore accelerazione fino al prossimo target a 0.9250. “Sky is the limit” dicono gli analisti in questi casi, ovvero “il cielo è il limite” con un chiaro riferimento al fatto che non ci sono livelli tecnici storici di resistenza. Da tenere attentamente monitorata la performance del pomeriggio dei dati USA e fare attenzione a eventuali storni tecnici in una fase di ipercomprato molto deciso.

Le due storie del dollaro, forte contro i pari ma debole sugli emergenti

Nell’analisi di BlackRock, il trend in atto da inizio anno è destinato a proseguire nel breve termine con il dollaro che continua a rafforzarsi sulle valute dei paesi sviluppati e a indebolirsi su quelle dei paesi emergenti.

Da inizio anno il dollaro americano sta seguendo un percorso divergente, in quanto si rafforza rispetto alle principali valute dell’area sviluppata, dall’euro alla sterlina, dallo yen al franco svizzero passando per il Canada, mentre si indebolisce rispetto alle monete dei paesi emergenti, come Russia, Brasile, Sud Africa, Messico e India. Lo yuan cinese segue invece nel movimento la moneta americana a cui resta saldamente ancorato con una variazione zero nelle prime sei settimane dell’anno. Il movimento, che potremmo chiamare bi-direzionale, fa seguito a un 2020 vissuto nel segno della forza del dollaro rispetto a tutte le principali valute. Secondo l’analisi di BlackRock il trend è destinato a proseguire, se non ci saranno sorprese politiche, almeno nel breve periodo, e supporta la view positiva della grande casa americana sui mercati emergenti. Tuttavia le incertezze geopolitiche continuano a incombere insieme ai timori sul rischio recessione, due fattori che se dovessero accentuare la loro influenza sui mercati potrebbero produrre un ritorno al rafforzamento del dollaro anche verso gli emergenti.

PERCHE’ LA PAUSA DELLA FED NON HA INDEBOLITO IL DOLLARO

Richard Turnill, Global Chief Investment Strategist di BlackRock, nella sua nota titolata appunto “Le due facce della storia del dollaro USA”, scrive che la forza del dollaro quest’anno ha sorpreso qualcuno, perché la combinazione di aumento di propensione al rischio e la messa in pausa della stretta della Fed normalmente avrebbero pesato sul biglietto verde. Ma proprio i fattori che hanno spinto la Fed a spingere il bottone ‘pausa’ – vale a dire il rallentamento della crescita globale e l’inasprimento delle condizioni del credito – hanno spinto anche le altre banche centrali verso un atteggiamento più accomodante, contribuendo a mantenere lo status del dollaro di valuta dell’area sviluppata a più alto rendimento. Nell’area emergente invece, la gran parte delle monete ad elevato rendimento hanno sovraperformato, come mostrato nel grafico qui sotto.

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NOTA: Per determinare il rendimento viene utilizzato quello del corrispondente bond governativo a due anni americano e degli altri emittenti, nel caso dell’euro la media di Germania, Italia e Francia. La performance rispetto al dollaro è misurata da inizio anno al 13 febbraio 2020. In blu l’area sviluppata e in verde quella emergente.

IL REVIVAL DEL CARRY TRADE

Turnill osserva che il differenziale di rendimento non è stato il solo fattore che ha determinato l’andamento a due facce del dollaro. Ad esempio sulla sterlina pesano di più gli sviluppi della Brexit, mentre la propensione al rischio e il prezzo del petrolio in salita hanno sostenuto il dollaro canadese da inizio anno. Ma cosa significa un dollaro stabile? L’esperto risponde che una delle conseguenze del vantaggio di rendimento offerto dalla moneta Usa è stato un revival del “carry trade”, la pratica degli investitori di indebitarsi in valute a basso costo in termini di interesse come l’euro o lo yen per investire in monete a rendimento più alto, come il dollaro e le monete emergenti, lucrando così sul differenziale di rendimento, anche se un po’ del margine se ne va per coprirsi dal rischio di cambio. Questo revival, scrive Turnill, è un driver forte per i movimenti a breve delle valute, in assenza di novità sul fronte della politica monetaria.

UN SUPPORTO A TUTTI GLI ASSET DEI MERCATI EMERGENTI

Un dollaro più stabile inoltre, insieme a un’economia globale che comunque cresce, supporta la view positiva di BlackRock sugli asset emergenti. Da un lato infatti, spiega l’esperto, toglie dal tavolo il rischio legato al forte peso del debito estero delle economie emergenti e riduce il rischio di esposizione su questi mercati, al contrario di quanto accade con il dollaro forte. Di qui l’approccio per l’assunzione di un rischio bilanciato sugli emergenti, prendendo posizione sul debito sia denominato in valuta locale, sia in valuta forte. BlackRock si spinge oltre ed è positive anche sull’azionario emergente. Il rischio è costituito da un ritorno prima del previsto delle strette della Fed che causerebbe un repentino rafforzamento del dollaro.

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IL LIMITE SONO LE INCERTEZZE SU CRESCITA E GEOPOLITICA

La bottom line di Turnill è che nel breve andare il trend di un dollaro forte con i pari e debole con gli emergenti continuerà, ma le incertezze sulla crescita globale e sugli sviluppi geopolitici continuano a pesare sullo scenario a più lungo termine. Ogni ritorno di timore di recessione o di tensione geopolitica rimetterebbe il dollaro nella sua posizione storica di ‘rifugio sicuro’, e questo costituisce il limite al trend in corso, che vede il dollaro sopra la media a 20 anni in termini di cambio effettivo reale.

** Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge. Una parte dei contenuti e dei dati sono stati gentilmente concessi da BlackRock –>

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Cambio Euro-Dollaro

Il cambio Euro/Dollaro, nel linguaggio economico-finanziario EUR/USD, è una delle coppie valutarie più importanti e indica quanti dollari sono necessari per acquistare un euro. Questo significa che l’euro è da considerare la valuta base mentre il dollaro è la valuta quotata.

A determinare l’andamento del cambio EUR/USD sono più fattori non strettamente legati solo alle due monete, a incidere sono infatti anche i rapporti con altre valute.

Uno dei fattori più importanti è comunque quello dato dal differenziale dei tassi di interesse tra la Banca Centrale Europea (BCE) e la Federal Reserve, a seconda di come operano le due banche centrali il valore del cambio Euro/Dollaro può variare notevolmente: se la FED decide per un dollaro più forte, per esempio, il cambio EUR/USD inevitabilmente scende, se sale vuol dire che è più forte l’Euro.

Storicamente il cambio Euro/Dollaro, fin dalla sua istituzione nel 1999, è caratterizzato da una notevole volatilità, sia per i sopra citati valori che per le varie crisi economiche che hanno interessato l’Eurozona e l’area di influenza del Dollaro.

L’andamento in tempo reale del cambio EUR/USD e le decisioni delle banche centrali, notizie e approfondimenti su Wall Street Italia.

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