Il nuovo indice BigMac presentato dall’Economist

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Tag: EUR

Il nuovo indice BigMac presentato dall’Economist

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Opzioni binarie: le altre sfide italiane

Il Financial Times prova a delineare le prime 10 sfide che il nuovo Governo, coadiuvato dal nuovo Parlamento, dovrà affrontare nel nostro paese. Vediamo la proposta degli economisti stranieri per il Belpaese. Le prime tre sfide le abbiamo già elencate: occuparsi del PIL, delle disparità regionali e della carenza d’investimenti. In sostanza: rilanciare l’economia, riducendo il debito pubblico e facendo in modo che la crescita sia generalizzata da Nord a Sud al fine di ridare sicurezza sulle condizioni dell’Italia a chi vuole portare nel nostro paese i capitali da investire.

Un altro punto da affrontare sarà sicuramente il debito pubblico: le misure di austerity previste da Monti sono state molto incisive ma il cammino è ancora lungo. Rilanciare l’economia, secondo il Financial Times, vuol dire anche promuovere la ricerca e lo sviluppo nel nostro paese.

Siccome si fa spesso riferimento all’Europa o alle strutture sovranazionali per carpire finanziamenti, secondo il Financial Times è necessario anche debellare la corruzione in Itala, visto che un alto livello di corruzione equivale ad una scarsa governabilità politica ed economica del paese.

Il calo del PIL è da affrontare come il calo della produttività e come la perdita di competitività dei servizi offerti in Italia che nonostante la qualità scarsa restano troppo costosi. Per portare a compimento queste sfide, poi, il Financial Times suggerisce di fare una riforma completa del mercato del lavoro e portare ad un più alto livello la componente femminile della società, evitando le discriminazioni.

A che cosa serve l’”indice Big Mac”

Ieri è stato presentato dall’Economist in una nuova versione interattiva: e spiega, per esempio, perché l’accendino che avete in tasca è fatto in Cina

La prima osservazione da fare è che, quindi, nel mondo reale la parità del potere di acquisto tra le diverse valute non si realizza: detto in altre parole, i tassi di cambio ufficiali – non teniamo in conto l’eventuale mercato nero delle valute – sono solitamente molto, molto distanti dall’ottenere il comodo effetto che un viaggiatore, partito con 100 euro in tasca, possa andare in un altro paese, cambiare il denaro e comprare la stessa quantità di beni o servizi (di Big Mac, in questo caso).

In particolare, ci dice l’indice del Big Mac, andando in Cina, in India o negli Stati Uniti ne può comprare di più, mentre se va in Brasile o in Canada ne può comprare di meno. Il grafico mostra con grande efficacia come non si tratti di una differenza tra paesi ricchi/paesi poveri, né tra alta inflazione/bassa inflazione, né tra maggiore o minore crescita economica negli ultimi anni.

Le spiegazioni di questo fatto sono diverse e tutte piuttosto complicate e connesse tra loro. Una delle principali ha a che fare con il modo in cui i paesi commerciano tra di loro ed è frutto principalmente di scelte di politica economica fatte dai governi per sostenere l’economia dei diversi stati. Come riassume Charles Wheelan nella sua ottima introduzione all’economia per non iniziati, Naked Economics, «Non c’è nulla di intrinsecamente buono o cattivo in una valuta “forte” o “debole” relativamente alle previsioni della parità di potere di acquisto».

Dicevamo quindi che la differenza di potere d’acquisto tra le valute c’è ed è resa ben visibile dall’indice “Big Mac”. Ora sappiamo che con i nostri euro possiamo comprare un sacco di beni in più rispetto a qui, se andiamo in Cina e li cambiamo in yuan. La scoperta, in realtà, non è particolarmente originale, e in effetti le esportazioni cinesi sono notoriamente il motore di quella economia. Ma quello a cui dovremmo assistere è che, tendenzialmente, il cambio vada sempre più “normalizzandosi” verso la parità di potere di acquisto, rendendo in definitiva inutile l’”indice Big Mac”.

Questo avviene in modo molto incerto, come mostra molto bene il grafico interattivo dell’Economist, cliccando sui singoli paesi: si vede per esempio che, negli ultimi due anni, lo yuan ha iniziato a apprezzarsi – come ci saremmo attesi – ma poi si è deprezzato di nuovo. I motivi del fatto che, ancora una volta, le cose non vadano secondo le previsioni sono essenzialmente due.

Il primo è che non tutti i beni e i servizi possono essere trattati da una ditta di import-export. È facile commerciare gli accendini dello Zhejiang – non fate quella faccia: nella provincia si produce il 70 per cento degli accendini del mondo – ma è ben più difficile commerciare in tagli di capelli o in pasti al ristorante o in cure mediche. E la percentuale delle cose che non si possono commerciare tra paesi diversi è notevole: in un’economia moderna, circa i tre quarti dei beni e dei servizi prodotti in un paese non sono commerciabili (non-tradable). Questo è il primo motivo per cui l’”indice Big Mac” è ancora molto utile.

Il secondo motivo è l’intervento dei governi, che hanno gli strumenti per intervenire nel mercato delle valute – che si comprano e si vendono come qualsiasi altra merce, secondo la legge della domanda e dell’offerta – e per sottovalutarla o meno nei confronti delle altre. La decisione di avere una valuta “forte” o “debole” nei confronti delle altre ha conseguenze notevoli per l’economia dei paesi interessati: una valuta debole, in generale, aiuta molto le industrie che esportano i propri beni, perché, per esempio, con i nostri euro si possono comprare molti più accendini in Cina – pagandoli in yuan – di quanti se ne possano comprare in Europa.

Bisogna notare che tutto questo può avvenire anche a prezzi invariati, all’interno di ogni singolo paese: ad esempio, l’euro potrebbe benissimo raddoppiare il proprio valore nei confronti dello yuan, così che ci vogliano 16,8 yuan per comprare un euro e non 8,4 come adesso, mentre il prezzo del Big Mac potrebbe altrettanto bene restare di 3,59 euro a Roma e di 16 yuan a Pechino. L’”indice Big Mac”, però, che indica appunto una correlazione tra le due valute attraverso l’esempio del Big Mac, sarebbe raddoppiato, indicando ora che lo yuan è sottovalutato di oltre l’80 per cento.

Naturalmente, si potrebbe obbiettare – ed è stato fatto – che l’”indice Big Mac” prende il prezzo del panino di McDonald’s come se questo avesse realmente costi di produzione identici in tutto il mondo. Questo non tiene conto di altre variabili, ad esempio delle tasse o del costo del lavoro: chi cucina i Big Mac, infatti, è pagato proporzionalmente meno nei paesi più poveri del mondo, dove il costo del lavoro è in senso assoluto più basso. E qui interviene un aggiustamento fatto all’”indice Big Mac” nella mappa interattiva: quello visualizzabile cliccando su “adjusted index” invece che su “raw data”. In questo indice “ponderato” si tiene conto anche della ricchezza per abitante (il PIL pro capite) di ciascun paese.

L’Economist sa che il suo indice non è perfetto e infatti lo propone solo come una “guida semiseria” per rendersi conto dell’andamento del tasso dei cambi secondo la teoria della parità del potere di acquisto. Come variazione, nel 2004, la redazione provò ad inventarsi anche un “indice Starbucks del latte macchiato“.

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