Il prossimo stato in crisi e la Francia

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Il prossimo stato in crisi è la Francia

Secondo una recente analisi dell’Economist, il prossimo paese che dovrà affrontare la recessione sarà la Francia che è considerata oggi, insieme alla Germania, uno dei capisaldi dell’UE e del mercato europeo.

L’Economist ha deciso di affrontare in modo deciso la questione della Francia definendo il paese oggi guidato da Hollande, una bomba ad orologeria. Se questo paese, considerato cruciale nell’assetto economico dell’Eurozona, entrerà in crisi, le ripercussioni potrebbero interessare tutti gli stati membri.

Il problema della Francia, tra l’altro, all’Economist sembra ancora più grave di quello del Portogallo, della Grecia, della Spagna e dell‘Italia.

Secondo il settimanale economico, la Francia ha compiuto almeno due passi falsi: il primo è stato battersi con le unghie e con i denti per il rafforzamento dell’euro e si sa che una moneta forte deprime parecchio gli investimenti esteri.

Il secondo passo falso di Hollande è stato mettersi contro Angela Merkel proponendo un fondo Salva Stati permanente. Il tutto senza fare risparmi sui costi ma aumentando al contempo la spesa pubblica. Un comportamento che è costato alla Francia anche la perdita della competitività rispetto alla Germania.

E’ emblematico il costo della prima manovra finanziaria di Hollande: 30 miliardi di euro in due anni, 20 miliardi dalle nuove tasse e solo 10 miliardi dai tagli alla spesa pubblica.

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Perché la crisi del 2008 ha colpito l’economia in Francia più che altrove

La Francia ha un debito pubblico prossimo al 100% del pil, ma anche un debito privato aumentato dal 2008. L’economia francese nel complesso risulta la più indebitata tra le grandi dell’euro.

La narrazione in voga negli ultimi anni è sempre la stessa: l’Italia costituisce il principale pericolo per la tenuta dell’Eurozona, essendo un’economia “too big to fail”, ovvero troppo grande per fallire, nel senso che se fallisse non ci sarebbero risorse sufficienti per salvarla. E con un debito pubblico stagnante al di sopra del 130% del pil, Roma preoccupa parecchio i partner dell’unione monetaria. Non a caso, mentre la Francia alzava in allegria il suo deficit sopra il 3% per il 2020, sostanzialmente violando regole e protocolli di comportamento europei, il nostro governo si è dovuto trasferire quasi stabilmente a Bruxelles per trattare con i commissari ogni decimale di deficit inserito nella manovra di bilancio per il prossimo anno. Chi – e sono stati in tanti – ha fatto notare a Pierre Moscovici, commissario agli Affari monetari, una palese disparità di trattamento tra Roma e Parigi sui conti pubblici, si è sentito replicare che “le due situazioni non sono comparabili”. Perché? L’Italia possiede un debito pubblico più alto.

Verissimo. Sarebbero molte le obiezioni a questa ingenua analisi così superficiale. L’Italia, ad esempio, vanta avanzi primari sin dall’inizio degli anni Novanta, la Francia registra ancora un disavanzo vicino all’1% del pil. Al netto degli interessi, i nostri conti pubblici chiuderebbero in attivo del 2%, quelli francesi in passivo per la metà. Se i rendimenti medi italiani fossero allineati a quelli francesi, già quest’anno chiuderemmo in prossimità del pareggio.

Il trend dal 2008 nell’Eurozona

Aldilà di queste evidenze, bisogna comprendere quanto sia accaduto nell’ultimo decennio con lo scoppio della crisi finanziaria.

Se nel nostro Paese il focus era ed è rimasto sul debito pubblico, altrove a impensierire i governi sono stati i debiti di famiglie e imprese, che riversandosi sui sistemi bancari nazionali, hanno rischiato e rischiano tutt’ora di provocarne il collasso. Ma le situazioni sono assai diverse. Spesso, per ragioni sia di ignoranza finanziaria, sia di polemica spicciola, si additano le banche tedesche quali vera fonte di potenziale crisi europea e si cita il caso dell’enorme quantità di derivati a bilancio di Deutsche Bank quale prova. In verità, va riconosciuto che l’economia tedesca si presenta sana non solo sul piano dei conti pubblici, bensì pure privati. Nel 2008, la Germania esibiva un debito pubblico al 65% del pil e uno privato al 160%. Lo scorso anno, ha chiuso con il primo al 64% e il secondo sceso al 148%. Praticamente, in meno di un decennio i tedeschi nel complesso si sono sdebitati di 13 punti, scendendo al 212% del pil.

L’Italia ha visto salire il proprio debito pubblico nello stesso periodo di 30 punti percentuali, mentre quello privato è rimasto inalterato, registrando una salita iniziale e una successiva discesa. In tutto, abbiamo peggiorato il nostro saldo di 30 punti, portandolo poco sopra il 300%. La Spagna, che nel 2008 vantava un debito pubblico inferiore al 40%, lo ha visto moltiplicarsi per 2 volte e mezza al 98%, ma lo sgonfiamento della bolla del credito, che nei due decenni precedenti aveva alimentato la crescita economica, ha costretto famiglie e imprese a ridurre le proprie esposizioni dal 270% al 200% del pil, con la conseguenza che nel complesso l’economia spagnola risulta sdebitatasi di una dozzina di punti al 298%.

Il caso francese

E la Francia? Aveva un debito pubblico del 68% e lo ha visto salire al 97%, mentre quello privato è passato dal 205 al 234%. In tutto, ha peggiorato il suo indebitamento totale di 60 punti al 331%. Questo significa che l’economia francese è stata, tra le grandi dell’euro, quella ad avere registrato l’andamento peggiore. Ad essere sballati sono stati non solo i suoi conti pubblici, dato che il settore privato transalpino è diventato nel frattempo il più esposto nell’area. A fronte di una ricchezza media delle famiglie sostanzialmente simile a quella italiana a poco più del 550% del reddito disponibile, quella in valore assoluto pro-capite vale in Francia il 10% in meno che in Italia, nonostante la prima possegga un pil pro-capite del 20% più alto del nostro.

Con l’aumento del costo del denaro, saranno dolori specialmente per le economie più indebitate. Se l’Italia soffrirà più sul piano pubblico, in Francia saranno probabilmente i conti delle famiglie e delle imprese a subire scossoni. E siamo sicuri che con un debito sovrano diretto al 100%, Parigi sarà in grado di mantenere l’attuale fiducia dei mercati? Ad oggi, i titoli del suo Tesoro vengono valutati quasi simili a quelli tedeschi, mentre i BTp sono trattati sui mercati da tempo peggio di quelli spagnoli e da mesi, addirittura, di quelli portoghesi. Tranne che non ci mostriamo capaci di scavare, diremmo di avere toccato il fondo (i nostri rendimenti sono lievitati di 150 punti base in media da aprile a novembre) e forse non potremmo che risalire la china nel prossimo futuro, mentre la Francia rischia di tendere alle attuali condizioni italiane. Se così fosse, il governo parigino sarebbe colto alla sprovvista, considerato che non riesce ancora nemmeno a pareggiare i conti, al netto della spesa per interessi.

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