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India: il crollo della rupia e dei ricchi indiani

La rupia, la moneta indiana, è in flessione. Ha raggiunto i minimi storici e continua ad aggiornare il record negativo. Secondo molti analisti la situazione è legata alle decisioni della Fed sul QE ma a farne le spese sono soprattutto gli investitori indiani, i magnati del Subcontinente.

La rupia continua a perdere terreno rispetto al dollaro. Il suo movimento è molto simile a quello delle altre monete dei paesi in via di sviluppo, dei paesi emergenti. Questa flessione si lega alla decisione della FED, confermata anche di recente, di ridurre gli stimoli monetari all’economia a stelle e strisce. Basta con l’acquisto di bond americani? Basta con la tenuta delle monete dei BRICS. Il dollaro, parallelamente si rafforza e cresce il rendimento dei titoli made in USA.

Ma cosa comporta il crollo delle monete dei paesi emergenti? In sostanza equivale alla riduzione del patrimonio dei magnati dei paesi BRICS. In tal senso quello che è accaduto a Mukesh Ambani in India è emblematico. Ambani ha legato la sua fortuna alla raffinazione del petrolio.

Adesso, per via della svalutazione della rupia, ha visto assottigliarsi tantissimo il patrimonio. In poche settimane ha perso circa 5,6 miliardi di dollari ed ora gliene restano soltanto 17,5 da spendere nel mercato del suo paese. Un impero che scompare?

India: cresce il divario tra ricchi e poveri

Ha radici ancora più profonde di quanto ritenuto la povertà degli indiani, condivisa – anche questo diversamente da quanto ritenuto finora – tra aree urbane e campagna. Sebbene con evidenti differenze nell’utilizzo delle poche risorse disponibili e un crescente divario tra India rurale e urbana.

È quanto emerge dall’Indagine campione nazionale (National Sample Survey) del 2020, un’iniziativa sotto la responsabilità del ministero delle Statistiche, i cui risultati sono stati diffusi nei giorni scorsi e che viene considerato uno spaccato attendibile della situazione socio-economica del grande paese asiatico che ospita circa un terzo dei poveri del pianeta. Se per altre fonti statistiche il 32,7% degli indiani vive al limite della linea di povertà stabilita dagli standard internazionali attorno a 1,25 dollari pro-capite al giorno e i due terzi della popolazione sopravvive con due dollari o poco meno, l’Indagine evidenzia che il 5% della popolazione dell’India sopravvive con un reddito nettamente inferiore: 12 rupie, un quarto di dollaro, nelle aree rurali, e 23 rupie, mezzo dollaro, nelle città. Cifre riferite al cambio con il dollaro del periodo preso in esame dall’indagine, successivamente diventato punitivo per la rupia, ma indicative.

Un dato che già a questo livello mostra la crescente ineguaglianza tra gli indiani che vivono nella moltitudine di villaggi e quelli che si ammassano nelle città. Ad esempio, i dati mostrano che un bracciante agricolo con un reddito disponibile di 23 dollari, è in concreto dell’84% più povero di un connazionale delle metropoli, che può disporre di 43 dollari mensili. Non a caso, la statistica rileva come le spese per l’istruzione di un contadino assorbono soltanto il 3,5% del reddito, contro poco meno del 7% di un cittadino.

Un altro dato di rilievo è il costo più elevato dei generi alimentari essenziali, come verdure e latte, per chi vive in regioni rurali rispetto ai loro omologhi nel disagio che risiedono nei centri urbani. Un effetto distorsivo del crescente ruolo degli intermediari tra i produttori e i consumatori che diverse organizzazioni denunciano da tempo.

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25 Giugno 2020 – © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: 25 Giugno 2020, ore 17:25 stampa

La caduta della rupia, perchй l’India ora teme il contagio

Dopo la svalutazione della lira turca, la moneta indiana scende ai minimi storici contro il dollaro toccando quota 70,9. New Delhi preoccupa gli investitori perchй il suo deficit commerciale a luglio и salito a 18 miliardi di dollari, ai massimi da oltre 5 anni

La lira turca recupera, ma sotto i riflettori finisce l’India, dove la rupia ieri ha toccato il minimo storico sul dollaro, scendendo fino a quota 70,9, per poi recuperare leggermente e chiudere a 69,89. Settanta dollari per un dollaro sono una soglia psicologica significativa per l’economia indiana, ma anche un segnale per il resto del mondo.

La caduta della rupia alimenta infatti i timori che la crisi di Ankara possa contagiare altre economie emergenti, soprattutto quelle piщ fragili, dal Messico all’Argentina, dal Brasile al Sud Africa, dalla Russia all’India. Con probabili scosse sui mercati di tutto il pianeta, come la debacle turca ha mostrato nei giorni scorsi, dopo che la lira ha perso il 13,8% venerdм e il 6,3% lunedм rispetto al dollaro. New Delhi preoccupa gli investitori perchй il suo deficit commerciale a luglio и salito a 18 miliardi di dollari, ai massimi da oltre 5 anni, rispetto ai 16,6 miliardi di giugno, ha reso noto ieri il governo. Un aumento legato soprattutto al rincaro dei prezzi del petrolio, di cui il Paese и un forte importatore.

И vero che l’indebolimento della rupia favorisce l’export, rendendo piщ competitivi i prodotti indiani, come ha sottolineato l’imprenditore Anand Mahindra, presidente esecutivo del gruppo Mahindra (che in Italia controlla Pinifarina), in un tweet in cui invitava ad applaudire alla svalutazione per rilanciare «il Make in India». Ma al contempo una valuta debole rende piщ care le importazioni, e favorisce quindi il rischio di un aumento dell’inflazione, che a luglio era del 4,17%, in calo rispetto al 4,9% di giugno, ma con stime che giа la proiettano al 5% nel primo trimestre del 2020. Il problema и che per finanziare il rincaro del greggio, un Paese come l’India, che importa oltre l’80% del suo fabbisogno energetico, ha necessitа di forti afflussi di capitali esteri. Il rialzo dei tassi di interesse in America e il rafforzamento del dollaro, perт, spinge gli investitori a uscire dai mercati emergenti piщ rischiosi.

In questo scenario delicato si inserisce la crisi turca, irrisolta a dispetto della tregua di ieri che ha permesso alla lira di recuperare il 6%. Il presidente Recep Tayyip Erdogan mostra i muscoli e dopo aver accusato gli Stati Uniti di aver tradito e pugnalato alle spalle un alleato Nato, ieri ha invitato a boicottare l’elettronica made in Usa, a cominciare dai prodotti Apple. Ma non vuole che la Banca centrale alzi i tassi, necessario per sostenere la valuta, temendo un contraccolpo politico in caso di un rallentamento dell’economia.

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