Perche il Regno Unito deve restare nell’UE

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Opinioni

Perché il Regno Unito deve restare nella Ue

N avigando senza bussola, Europa e Usa si avvicinano a due passaggi decisivi: il referendum Gb del 23 sull’Unione e il voto americano dell’8 novembre fra Clinton e Trump. Entrambi rischiano di spaccare dall’interno la tenuta di un Occidente cui non mancano certo le minacce e le sfide esterne, dalla Siria alla Russia, dallo Stato Islamico alla Cina. Co me sempre il nemico peggiore è quello dentro. Ecco perché bisogna averne paura.

Si parla ma non ci si preoccupa abbastanza di Brexit e di Trump. In Italia, il presidente del Consiglio pensa al fronte interno, mentre va al secondo turno delle amministrative col referendum costituzionale d’autunno in mente; i ministri Padoan e Calenda danno fiato alla timida ripresa, i ministri Gentiloni e Pinotti palleggiano la bollente patata libica. Giusto. Fra cinque mesi (che passano presto) avrebbero esattamente gli stessi problemi, referendum a parte, con in più un’Ue assorbita nel divorzio (riottoso, costoso e lungo) da Uk e alla soglia di una presidenza Trump oltreoceano.

Sia l’ingresso di Trump alla Casa Bianca che l’uscita del Regno Unito dall’Europa segnerebbe un punto di non ritorno. A Cannes, George Clooney ha detto che Donald Trump non sarà presidente degli Stati Uniti. In E. R. – Medici in prima linea – non sbagliava mai una diagnosi, ma è passato un po’ di tempo.

I sondaggi su Brexit oscillano sul filo del 40% pro e 40% contro. Decideranno gli indecisi. Chi vota per l’Ue vota con ragione e lucidità, i Brexiteers con passione e frustrazione. Poco tranquillizzante. Per di più i sondaggi sono falsati quando gli intervistati mentono perché si vergognano d’ammettere cosa faranno nel chiuso dell’urna.

Brexit e Trump sono disastri annunciati ma evitabili. L’esito è democraticamente nelle mani degli elettori britannici e americani. Il resto dell’Occidente non vota ma può farsi sentire. Le nostre voci, preoccupazioni, sensibilità pesano nella rete delle interdipendenze e dei social media; i nostri governi sono legati a filo doppio. Anche il resto del mondo teme il duplice rischio Brexit-Trump. Con qualche miope eccezione intorno alle mura del Cremlino, il nervosismo si avverte da Pechino a Santiago. Ma sarebbe l’Occidente in primis a perdere, buttando alle ortiche i suoi punti di forza: l’unione dell’Europa e la comunità atlantica. Imperfetta la prima, increspata la seconda, rimangono queste le nostre fondamenta.

Con l’avvicinarsi dell’anno 2000 si temeva il crollo dei sistemi informatici, tarati a due cifre, che non avrebbero riconosciuto il nuovo secolo e millennio. Le conseguenze sarebbero state catastrofiche. Non è successo niente e il temutissimo «Y2K bug» è stato consegnato al reliquario delle curiosità storiche. Ma solo perché ne abbiamo avuto paura.

Non meno ne serve oggi. Di Trump dovranno prendersi cura soprattutto gli americani. Mancano cinque mesi. Brexit si decide invece in una manciata di giorni. L’elettorato britannico è sommerso dagli avvisi di burrasca. Londra ha molto da perdere dall’uscita dall’Ue; chi vota può ignorarlo ma gli è stato detto.

Meno chiaro agli europei quanto abbia da perdere l’Ue. Non solo perché l’uscita di Londra lascerebbe un’Europa geopolitica, militare ed economica più debole, ma per il ruolo britannico all’interno dell’Unione, determinante nel contenere i riflessi centralizzatori e dirigisti di Bruxelles. Senza Londra la predominanza tedesca – non per volontà di Berlino, ma per inerzia – troverebbe minori contrappesi. L’Italia perderebbe la sponda della Manica che spesso ci evita la schiavitù di schieramenti rigidi.

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Che Brexit spiani la via a un’Europa «federale» è una pia illusione: con chi? Con l’Austria che minaccia muri al Brennero? Con l’Olanda che respinge per referendum l’innocuo accordo d‘associazione con l’Ucraina? Quali opinioni pubbliche seguirebbero, a cominciare da quella italiana? Quanti altri pezzi perderebbe l’Ue? Chi fermerebbe l’emulazione e l’effetto domino delle secessioni?

Nessuno più di Ulisse incarna lo spirito della cultura e civiltà occidentale. Non siamo più nell’epoca omerica, ma nel XXI secolo. Per superare la Scilla di Brexit e le Cariddi di Donald Trump, l’Occidente deve sperare che il Dna sia rimasto uguale.

Perché il Regno Unito può ancora restare nell’Unione europea

I remain riacquistano vigore approfittando anche della malattia della regina e Wilbur Ross, il segretario al Commercio Usa designato da Donald Trump, non ha la finezza del diplomatico. In sostanza ha detto: i concorrenti del Regno Unito si diano una mossa per approfittare “dell’opportunità offerta loro da Dio” con la Brexit. Va sottolineato che Ross ha fatto queste dichiarazioni a giugno, pochi giorni dopo il referendum che ha dato la vittoria ai sostenitori dell’uscita dall’Ue. A quell’epoca, probabilmente, non aveva la minima idea che sarebbe diventato segretario al Commercio Usa e quindi parlava da uomo d’affari e di finanza ad altri suoi colleghi, certo meno ricchi di lui, ciprioti. Due giorni fa la stampa britannica ha tirato fuori dai cassetti queste affermazioni, in un momento in cui i sostenitori del remain cercano di recuperare terreno nel tentativo di bloccare il processo di uscita del Regno Unito dall’Ue.

Non c’è ancora la sicurezza definitiva dell’uscita perché la Corte suprema della Gran Bretagna a gennaio deciderà se, per innescare la Brexit, sarà necessario un voto d’approvazione del Parlamento. In quel caso ci potrebbe essere un ribaltone. Al momento poco probabile, ma nel frattempo crescono le pressioni per creare un ambiente favorevole al remain. Nei giorni scorsi, per esempio, sono stati diffusi diversi sondaggi (di dubbia affidabilità) in cui si sostiene che se si votasse oggi vincerebbero i sostenitori della permanenza nell’Ue.

La situazione preoccupa il primo ministro britannico, Theresa May, che nel suo primo messaggio di Natale alla nazione ha sottolineato l’importanza dell’unità nazionale (pochi giorni prima la premier scozzese Nicola Sturgeon aveva ribadito che resta sul tavolo l’opzione di uno Stato indipendente dentro l’Ue). “Con l’uscita dall’Unione europea”, ha affermato la May, “dobbiamo cogliere un’opportunità storica per definire un nostro nuovo forte ruolo nel mondo e per unire la nostra nazione mentre avanziamo verso il futuro”. La May ha ribadito che a marzo inizierà la procedura di uscita del Regno Unito dall’Ue, un processo che durerà due anni.

Il prossimo segretario al Commercio Usa, dunque, in occasione di un incontro con la comunità finanziaria cipriota, ha detto che dopo il voto a favore della Brexit il Regno Unito avrebbe attraversato un periodo di “confusione” in cui “inevitabilmente” ci sarebbero state delle “delocalizzazioni”. Al momento non è successo niente di quanto si temeva, le banche sono rimaste tutte a Londra. Ma è anche vero che fino a quando non sarà fatto scattare il famoso articolo 50 nel prossimo mese di marzo, il Regno Unito resta a tutti gli effetti all’interno dell’Ue. Ross ha quindi incitato Cipro “ad adottare e annunciare immediatamente politiche relative ai servizi finanziari ancora più liberali di quelle già attuate, in modo di trarre vantaggio dalle inevitabili delocalizzazioni”.

Al riguardo non è un mistero che Milano punti a sostituirsi a Londra come sede del mercato dell’Euroclearing ovvero delle attività di liquidazione e di regolamento delle transazioni denominate in euro. Certo che le dichiarazioni di Ross non sono di buon auspicio per le prossime trattative bilaterali sul commercio fra Stati Uniti e Regno Unito. Il tutto è paradossale, se si pensa che Trump è stato Oltreoceano uno dei pochi sostenitori della Brexit, vista invece malissimo dall’uscente amministrazione Obama. Il Partito laburista ha subito colto la palla al balzo definendo le parole di Ross “un salutare ammonimento” che gli altri Paesi sono pronti ad avvantaggiarsi delle debolezze del Regno Unito dopo la Brexit. E il ministro ombra del Commercio internazionale, Barry Gardiner, ha sottolineato che “il governo May non è riuscito ad articolare una visione coerente di quale tipo di economia sarà quella britannica dopo la Brexit. questo ci rende deboli e vulnerabili agli occhi degli altri”.

Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra (BoE) dal 2002 al 2020, diventato dopo la sua uscita uno dei più aspri critici dell’Ue, ha ammesso che il Regno Unito dovrebbe essere “più fiducioso” sulle sue prospettive una volta uscito dall’Unione. King ha spiegato che “uscire da un’Ue abbastanza infruttuosa, particolarmente in campo economico, ci offre delle opportunità e ovviamente grosse difficoltà politiche”. Per l’ex governatore della BoE non ha senso seguire l’esempio della Norvegia, che pur non essendo membro dell’Ue fa parte del mercato unico perché questo comporterebbe il mantenimento della libertà di movimento dei cittadini Ue. Non va bene nemmeno il modello adottato dalla Turchia, che fa parte dell’unione doganale, in quanto limiterebbe le capacità di Londra di stipulare trattati commerciali in piena libertà. Per King, il governo dovrebbe delineare “al più presto” le nuove politiche sull’immigrazione in modo di evitare che facciano parte delle trattative sulla Brexit che cominceranno a marzo.

Che i sostenitori della Brexit vivano un momento di sbandamento è sicuro. E a peggiorare la situazione contribuisce la malattia della più decisa sostenitrice dell’uscita dall’Ue. La regina Elisabetta II ha dovuto rinunciare alla messa di Natale per un “forte raffreddore”, secondo il comunicato ufficiale. A parte l’infelice espressione, che ai tempi dell’Unione Sovietica significava caduta in disgrazia o morte imminente del raffreddato, la sovrana ha 90 anni e a quell’età ogni malessere preoccupa. Si sa che è stata lei a far pendere la bilancia dalla parte della Brexit quando, pochi giorni prima del voto, chiese ai suoi ospiti di dirle tre ragioni per restare nell’Ue, un modo molto diplomatico per rendere pubblico il suo euroscetticismo. Gli elettori capirono al volo. Sarà fantapolitica, ma se non ci fosse più la regina e sul trono salisse il principe William, ritenuto un sostenitore dei Remain, molto potrebbe cambiare. Se fosse infatti necessario il voto del parlamento, molti deputati incerti avendo un sovrano a favore dell’Ue potrebbero votare contro la Brexit e fare così il ribaltone. E c’è chi sostiene che la casa regnante britannica è lì solo per fare scena.

(Pubblicato su MF/Milano Finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

Ora la storia guarda Cameron: il Regno Unito deve restare nell’Ue

L’intesa raggiunta, come sempre dopo ore di difficili e aspri confronti, è tesa a tener dentro la Gran Bretagna sulla base di alcuni punti precisi che riguardano la governance economica, e cioè il rapporto tra paesi dell’euro e paesi che non adottano la moneta unica, il sistema del welfare per i cittadini comunitari che lavorano nel Regno Unito e i processi di più “stretta” integrazione della costruzione europea.

Con una battuta, anche molto efficace, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, lo aveva detto, e l’ha ribadito a tutti i leader dei 28, che il problema dell’Europa, oggi, è quello di “essere o non essere insieme”. Del resto, se siamo giunti a questo punto dell’avventura europea, con un accumulo impressionante di questioni sul tappeto, vuol dire davvero che abbiamo imboccato una fase in cui la sopravvivenza dell’Unione, a quasi 50 anni dai Trattati di Roma, potrebbe essere messa in discussione per sempre. La riunione del Consiglio europeo di Bruxelles, con la sua complessa decisione in due giorni di confronto, ha preso ad affrontare, per la prima volta, il tema del possibile abbandono dell’Ue da parte del Regno Unito, di uno dei Paesi più grandi e, peraltro, di quello che ha sempre goduto di un particolare trattamento rispetto al generale impianto istituzionale e politico comunitario. Basti solo pensare alla sua non partecipazione alla moneta unica che è invece ormai adottata da 19 capitali o allo “spazio Schengen”. Parliamoci chiaro: il Trattato di Lisbona, entrato in vigore appena sette anni fa, prevede espressamente il diritto di recesso ma ognuno può cogliere da sé la valenza di un distacco dalla comunità, specie se riguarda un “socio” di rilievo. E il Regno Unito lo è fuori di ogni dubbio.

L’intesa raggiunta, come sempre dopo ore di difficili e aspri confronti, è tesa a tener dentro la Gran Bretagna sulla base di alcuni punti precisi che riguardano la governance economica, e cioè il rapporto tra paesi dell’euro e paesi che non adottano la moneta unica, il sistema del welfare per i cittadini comunitari che lavorano nel Regno Unito e i processi di più “stretta” integrazione della costruzione europea. E, intanto, è stato tenuto saldamente fermo il principio che nessun veto potrà impedire ai Paesi che lo desiderano di intensificare i progetti di maggior condivisione delle istituzioni e delle politiche comuni al pari dei poteri di governo in campo economico. Su questo fronte è stato bene non transigere e per questo motivo possiamo dire che si tratta di un discreto compromesso, di un accordo decente, che offre a Cameron tutti gli strumenti per poter convincere la propria opinione pubblica che è più conveniente restare insieme in quanto non c’è alcun dubbio che per i britannici, dal punto di vista del lavoro, della sicurezza sociale e dei diritti, è molto meglio rimanere in Europa. Una fuoriuscita del Regno Unito avrebbe delle gravissime conseguenze innanzitutto per gli stesso cittadini britannici e per le loro imprese.

Se parliamo di un accordo accettabile è perché si può dire che non ci sono né vincitori né vinti ma si è lavorato con successo a mantenere integra l’unità europea. Il pacchetto sociale consentirà al Regno unito di escludere dal godimento di alcune specifiche prestazioni sociali i lavoratori provenienti da altri Paesi Ue per un periodo di quattro anni e prorogabile sino a sette. Londra pretendeva 13 anni. A Cameron, evidentemente, questa clausola serve per placare le irrazionali paure dell’elettorato per presunti aggravamenti nel bilancio nazionale. Invece per quanto riguarda la governance economica, al Regno Unito è stata concessa la possibilità di azionare un freno di fronte alle decisioni europee nel settore bancario e finanziario che possono riguardare gli interessi della piazza britannica (la City). Ma non si tratta affatto di un diritto di veto perché sarebbe apparso inaccettabile. Per Londra, e ovviamente anche per altre capitali fuori dall’eurozona, sarà possibile chiedere il rinvio di alcune decisioni e procedere ad una nuova discussione. Ma per un tempo ragionevole e non un blocco infinito. Anche in questo caso ci sembra che si sia raggiunto un compromesso ragionevole per entrambe le parti.

È ben presente a tutti noi che le vicende politiche della Gran Bretagna, sullo sfondo di un’Europa scossa da forti turbolenze nel corso degli ultimi anni e degli ultimi mesi, hanno fatto esplodere in anche in quel Paese forti pulsioni euroscettiche, da sempre presenti sino alla convocazione del referendum che dovrà stabilire, appunto, l’essere o il non essere dentro l’Unione. Giustamente, da tante parti, è partito il grido sul “mantenimento dell’unità europea” e da esso la ricerca di una risposta collegiale ai problemi posti dall’attuale governo di Londra ma con la ferma determinazione, ci si augura, che tutti ma proprio tutti, tengano fede e fermi i principi fondanti del progetto europeo. Questo, infatti, è per noi un punto imprenscindibile e abbiamo avuto modo di rappresentarlo, senza ipocrisie, allo stesso David Cameron. Noi pensiamo che non ci possa essere alcun dubbio, già a partire da questa fase di negoziato, che bisogna compiere tutti gli sforzi perché il Regno Unito resti dentro l’Unione. Si tratta di consolidare un compromesso che va sicuramente incontro alle richieste britanniche ma che non intacca i principi e i valori dell’unione, innanzitutto dal punto di vista della non discriminazione dei cittadini dal punto di vista della dimensione sociale. Noi abbiamo detto al premier Cameron che ci deve essere un comune obiettivo: quello di una forte Gran Bretagna dentro una forte Europa. Tutto questo si deve tenere insieme. E adesso non vi è proprio aduna ragione che possa consigliare il distacco dall’Ue.

Un altro aspetto deve essere, però, tenuto in debito conto. Il Parlamento europeo non lo si potrà lasciare da parte. L’accordo Ue-Regno Unito dovrà rispettare il ruolo cruciale dell’assemblea parlamentare. Già prima del vertice abbiamo detto chiaramente a Cameron che “noi non saremo i passacarte di questa intesa”. Quando il popolo britannico si sarà pronunciato sulla permanenza dentro l’Unione (in caso contrario cadrà l’intesa firmata al vertice) spetterà al Parlamento esaminare i nuovi regolamenti che fanno parte integrante del patto stipulato tra i governi, un patto semplificato che non ha bisogno di ratifiche dei parlamenti nazionali. Noi faremo la nostra parte di co-legislatori allorquando, dopo l’esito di quel referendum, si tratterà di monitorare l’attuazione degli accordi e di por mano ai nuovi regolamenti, specie quelli che toccano la dimensione sociale. Staremo molto attenti a valutare le proposte legislative secondo la convinzione che non si può accettare un arretramento nelle conquiste ottenute dai cittadini e dai lavoratori europei.

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